Una lingua straniera è un ponte da attraversare.
 
 
Artigianato Linguistico "Ponte Perugia"
 
Italiano per stranieri - Lingue straniere
Scrittura - Revisione testi - Traduzioni
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Artigianato linguistico Ponte Perugia

Lingua italiana e lingue straniere: classi, scrittura, traduzione e altri servizi

Lingue straniere: corsi

Lettura e traduzione, conversazione, musica e cinema, scoraggianti alfabeti e idiomi impossibili: scopri quali corsi di lingue straniere offriamo.

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Soluzioni per tutti i tipi di testi.
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Letteratura e scrittura, conversazione, cultura, musica, corsi online, preparazione agli esami, fonetica, lessico, grammatica: scopri quali corsi di lingua italiana offriamo.

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+39 075 3722009 (fisso), +39 320 1110046 (cell)
Skype: Artigianato Linguistico, email: artigialingue@gmail.com
Via Alessi 80, 06122 Perugia. Orari di apertura dell'ufficio: riceviamo per appuntamento. L'appuntamento può essere fissato, via telefono o email, per i seguenti giorni e orari: martedì 9.30-17.30; venerdì 10.30-18.30.

LABORATORI LINGUISTICI (CLASSI E LEZIONI DI LINGUE STRANIERE E DI LINGUA ITALIANA PER STRANIERI):

 

 

Chi siamo


 

"Artigianato linguistico - Ponte Perugia" è uno studio linguistico-didattico che offre classi di lingue (italiano e lingue straniere. Corsi individuali e in piccoli gruppi) e di scrittura, traduzioni, revisione di testi, creazione di materiali glottodidattici, corsi di formazione glottodidattica, scrittura di testi pubblicitari e numerosi altri servizi di artigianato linguistico (si veda anche la pagina http://www.ponteperugia.it/#servizi). Per le informazioni, le richieste e le iscrizioni, rispondiamo al telefono e alle email e riceviamo per appuntamento (si veda la pagina: http://www.ponteperugia.it/#contatto).

Lo studio nasce a Perugia, nel marzo del 2015, da un'idea di Alberto Cassone, insegnante, traduttore e scrittore free-lance.

Alberto Cassone


Master e Specializzazione in Didattica delle Lingue Straniere a Venezia e a Perugia, ha pubblicato alcuni articoli nel settore della didattica (http://edizionicf.unive.it/riv/exp/46/22/ELLE/1/263 - in una rivista specializzata; https://danimarcavsitalia.wordpress.com/ - autopubblicazione su web log); ha insegnato lingua inglese e lingua italiana sia all'estero che in Italia; possiede una discreta esperienza anche nei campi della scrittura (Premio Letterario Anselmo Spiga 2014: secondo posto nella sezione "Prosa italiana"), della revisione testi e della traduzione. Esperto nella creazione di materiali didattici originali, parla italiano, inglese, ceco e francese; legge testi in italiano, inglese, ceco, francese, tedesco e danese.

Il suo sito personale, dedicato alla lingua e alla cultura italiana, è: www.italianalingua.it.

Altri suoi progetti didattici e culturali si possono trovare qui: https://ingleseconlamusica.wordpress.com/ e qui: https://albertocassone.wordpress.com/ .

 

Michela Grasselli - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di italiano L2 (laurea conseguita presso l'Università per Stranieri di Perugia), ha insegnato Lettere nella scuola statale secondaria e Italiano per stranieri sia a bambini che ad adulti.

Ama viaggiare e conoscere culture differenti; parla francese e arabo (tunisino). Per interesse personale, ha studiato diverse altre lingue straniere, fra le quali: inglese, spagnolo, giapponese, polacco e ceco.

Michela Grasselli è esperta anche di correzione testi e di traduzioni; grazie al lavoro di mediatrice culturale svolto in Tunisia, ne conosce abbastanza bene la cultura e tiene un blog per condividere tali conoscenze con gli altri: tunisiamo.com

Dana Biro - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di ebraico, Dana si è laureata in Comunicazione e giornalismo presso l'Università di Bar-Ilan in Israele. Insegna l'ebraico utilizzando un metodo particolare e innovativo. Ha inoltre conseguito la certificazione glottididattica DITALS per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri.

Donatella Corvellini - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di italiano L2 dal 1999, laureata in Didattica dell'italiano presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia, Donatella è in possesso di una solida formazione teorica e di una pluriennale esperienza pratica, maturata sia come libera professionista che come docente presso scuole ed enti formativi operanti in varie città dell'Umbria, tra cui The Language Center a Todi, la Oxford School a Foligno, l'agenzia Umana Forma a Perugia, l'Istituto Crispolti a Todi, la Scuola Operaia Bufalini a Città Di Castello; attualmente (2017) collabora anche con il Cidis Onlus, a Foligno.

Presso The Language Center di Todi ha insegnato la lingua italiana agli studenti della Michigan University; ha frequentato inoltre diversi corsi di aggiornamento per insegnanti di italiano L2 presso l'Università per Stranieri di Perugia.

Per Donatella insegnare agli stranieri non è un lavoro qualsiasi, ma è il lavoro più bello che si possa fare.

 

 

ALTRI COLLABORATORI FREELANCE:

 

Danièle Pomeranz

 

Nata e cresciuta a Parigi, Danièle si è laureata in Scienze umanistiche e sociali (indirizzo: Scienze del linguaggio; percorso specifico: Francese per stranieri) presso l’Università René Descartes, Paris V - Sorbonne.

All’età di 25 anni si è trasferita in Germania, dove è sbocciata la sua passione per l’insegnamento della lingua francese agli stranieri,  grazie ai corsi serali per adulti gestiti dall’Università popolare di Berlino.

Nel 1981 è venuta a vivere a Perugia, dove ha studiato lingua italiana all’Università per Stranieri e ha ripreso l’insegnamento della sua lingua materna presso istituti pubblici e privati, fra i quali citiamo: la Scuola Lingue Estere dell'Esercito, il Centro Linguistico d’Ateneo, la Scuola di Mediazione linguistica, l'Università della Terza Età, la Polyglot.

Svolge anche attività d'interpretariato e di traduzione, dall’italiano al francese.

 

Paola Cavazzana

Insegnante di lingua e cultura cinese, laureata presso l'Università Cà Foscari di Venezia e specializzata presso l'Università di Lingue e Culture di Pechino, Paola insegna da diversi anni la lingua cinese - attraverso l’uso di materiali didattici da lei creati ad hoc - a bambini e adulti, presso istituti pubblici e privati, tra i quali citiamo: la Scuola Lingue Estere dell'Esercito (Perugia); il Consorzio Tutela Vini Montefalco; varie scuole elementari a Perugia.

Paola, inoltre, ha conseguito la certificazione DITALS (Didattica dell’ITAliano come Lingua Straniera) di livello avanzato presso l'Università per Stranieri di Siena e ha maturato diversi anni di esperienza nell'insegnamento dell'italiano per stranieri - lavorando in particolare con discenti di lingua e nazionalità cinese.

Infine, Paola ha maturato alcune significative esperienze professionali nel mondo dell’interpretariato e in quello della traduzione (traduce dal cinese all'italiano, dall'inglese all'italiano e dall'olandese all'italiano).

Ama confrontarsi con persone appartenenti a culture diverse e crede che la multiculturalità sia una ricchezza da coltivare.

 

 

 

 

Vienici a trovare a Perugia, in Via Alessi 80. Lo studio si trova in centro, all'angolo tra Via Alessi e Via della Viola, distante solo tre o quattro minuti a piedi dall'ultima fermata del Minimetrò ("Pincetto"). In alternativa, puoi scendere a piedi dal centro (da Piazza Matteotti, prendi Via Alessi e percorrila tutta fino all'ultimo civico in fondo) o puoi salire da Via XIV Settembre - per le scalette di Via Bonaccia o per Via delle Conce, in prossimità dell'ingresso della Galleria Kennedy.

Martedì 14 novembre 2017. Una guerra tra le parole e le immagini. Unite dal cinema, separate da un film.

Il cinema unisce sempre – fatta eccezione per il muto - parole e immagini, ma nel film “Words and Pictures” (di Fred Schepisi, 2013) le due forme di espressione entrano in conflitto, a causa della divergenza di opinioni tra due insegnanti e artisti - uno scrittore e una pittrice, naturalmente. La loro “guerra” intellettuale ci aiuta a riflettere sulle diverse qualità della letteratura e della pittura, forme d’arte entrambe capaci di incantarci, guidarci e illuminarci.

Se desiderate sapere come vedere il film, scriveteci qui (pagina "contatti": modulo di contatto) oppure a: artigialingue@gmail.com

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Lunedì 16 ottobre 2017. Una questione di lingua (o di linguaggio): genere e sesso.

Perché il tavolo è maschile e la tavola femminile? C’è forse una discriminazione in atto, considerando che un tavolo non è altro che una tavola progredita nel rango, ascesa a una condizione e a una funzione superiore?

A parte gli scherzi: perché l’anatra è femminile, così come l’orca? E il criceto, il castoro, perché son maschili anche quando non son maschi?

Tutti questi sostantivi non sono di sesso maschile – maschili sono, sì, ma di genere. Quando non si parla più degli altri animali, ma di noi esseri umani, tendiamo però a dimenticarci questa fondamentale distinzione – anche perché, del tutto legittimamente, desideriamo essere precisi.

La questione dei nomi indicanti professioni si offre al linguisticamente corretto ma, allo stesso tempo, ne mostra i gravi limiti: possiamo incitare all’uso di ministra e di avvocata, due termini dal punto di vista etimologico correttissimi, ma lo scoglio del plurale è invalicabile: il consiglio è dei ministri, indipendentemente da quanti maschi e quante femmine ne facciano parte; idem per l’ordine degli avvocati. Certo, nulla vieta che si provveda a rinominarli: il consiglio delle ministre, a prescindere da quanti maschi ne facciano parte; l’ordine delle avvocate. Ma la discriminazione, rovesciata, resterebbe.

La lingua italiana di oggi, pertanto, non consente soluzioni – naturalmente, essa potrebbe sviluppare nei prossimi secoli un terzo genere, il professionale – ma questo dipende poco da noi. Al limite, dipenderebbe dalle prese di posizione di uno o più linguisti autorevoli e culturamente influenti, ma il buon vecchio Umberto non è più tra noi (e in ogni caso non ha mai dato prova di interessarsi concretamente di politiche linguistiche) e per ora non si notano personaggi che riescano a coniugare genialità linguistica e prestigio culturale.

Tale futuro terzo genere dovrebbe applicarsi non solo ai sostantivi, naturalmente: altrimenti ci ritroveremmo nei guai come gli anglofoni, che nello scrivere – con perfetta linguistica correttezza – i pronomi doppi sbarrati he/she, his/hers operano comunque una discriminazione maschilista, anteponendo il maschile al femminile nella sequenza.

Molte professioni consistono in funzioni: nei casi in cui tali funzioni sono state create da degli uomini per essere svolte da degli uomini, non dovremmo meravigliarci troppo del fatto che le loro denominazioni resistano, linguisticamente parlando ovviamente, al cambiamento sociale. Questa è la vera ragione – e non la cattiveria dei maschilisti, che pure esiste, eccome – per cui “la maggiordoma” suona male anche quando maschilisti non si è (si tratterebbe sì di un termine etimologicamente scorretto, ma non essendo tale scorrettezza percepibile dalla maggior parte delle persone a cui la parola suonerebbe male, essa non è rilevante ai fini di questo discorso). Prova ne è il fatto che, se le funzioni sono state pensate per delle donne, volgerle al maschile suona altrettando buffo: il governante – a parte il suo avere già un significato differente – non suonerebbe bene se applicato a un uomo che svolgesse le tradizionali funzioni della governante. Per non parlare delle locuzioni “uomo di servizio”, “uomo delle pulizie” e via dicendo (le locuzioni politicamente corrette “collaboratore/collaboratrice familiare” non fanno testo e non dureranno, essendo semanticamente insoddisfacenti perché troppo vaghe; la loro abbreviazione - riferita solo alla collaboratrice e non al collaboratore -, colf, invece, funziona e può durare: e come ci suona, se le diamo l’articolo maschile, dicendo “il colf”?).

Non c’è, in ultima analisi, una gran differenza tra dire, parlando di una donna, la ministra oppure il ministro: vanno entrambe bene (per ora, e visto che ancora non è giunto tra noi il mitico genere professionale; speriamo però in un futuro migliore). Una gran differenza c’è, invece, se il governo è formato da soli uomini, o da una loro schiacciante maggioranza.

Preoccuparci in primo luogo delle funzioni pubbliche tradisce un femminismo appiattito sulla narrazione maschile della società e della storia. Premettendo che in tutto quanto segue mi riferisco esclusivamente ai cittadini di Paesi occidentali, devo dire che noi maschietti siamo degli ingenui se crediamo che – soltanto perché noi non ne abbiamo mai sentito parlare - non esista alcuna narrazione femminile (non “femminista”: intendo proprio “femminile”) del mondo e che, nel conquistarsi la parità professionale attraverso le loro sacrosante lotte, le donne ci faranno dono, senza alcuno sforzo da parte nostra, della parità domestica.

Recentemente ho ricevuto dalla ASL di Foligno un modulo che, nel chiedere diverse informazioni su mia figlia (2 anni e 3 mesi di età), poneva tra le altre la seguente questione, nei seguenti termini: “con chi passa più tempo la bambina? (seguono quattro caselle da sbarrare) La mamma, l’asilo, la babysitter o la nonna?”. Ora, considerando che all’asilo, in genere, lavorano solo donne e che la babysitter e la nonna sono di solito persone di sesso femminile, mi son chiesto: e noi maschi, cosa siamo quindi, secondo l’ASL di Foligno? Donatori? Si dà il caso che in quel periodo la persona che passava più tempo con la bimba fossi io, pertanto ho dovuto aggiungere a penna una quinta casella.

Concludo mettendo da parte gli aneddoti personali e tornando alla lingua (o al linguaggio?) e agli scherzi: se un giorno, in un futuro/passato di improbabile realizzazione, esisteranno uomini che desidereranno svolgere il lavoro eseguito dalla mitica Perpetua del Manzoni, potranno legittimamente richiedere ai datori di lavoro il titolo di “perpetuo”; ma non dovranno rimanerci troppo male se si vedranno costretti a conservare – nell’attesa dell’avvento del terzo genere - quello di “perpetua”.

Difficile, comunque, parlare dell’avvenire. L’unica cosa di cui riesco a dirmi (quasi) certo è che, in qualunque strano incubo futuro/passato ci dovessimo un giorno ritrovare, un balio non sarà mai tanto richiesto, in famiglia, quanto una balia.

Alberto Cassone

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Mercoledì 27 settembre 2017. Una parola curiosa, trovata nel dizionario Treccani: "infenso" ("ostile", "avverso"). 

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

L’eccezionale evento, il ritrovamento della poesia inedita “Inferno” di Giuseppe Ungaretti in uno scassato cassetto della sua dimora romana, è stato rivelato l’altro ieri in occasione del festival letterario “UmbriaLibri” e ha immediatamente suscitato estrema curiosità, sia da parte del pubblico che della critica.

Il rinvenitore della poesia è Blatero Sascone, un agente immobiliare che si trovava, circa una settimana fa, nella vecchia abitazione per un’ordinaria presa di visione della stessa da parte della sua agenzia.

Blatero Sascone ha confessato di aver buttato in un cestino quello che credeva essere un insignificante foglio scarabocchiato da qualche marmocchio del secolo scorso.

La donna delle pulizie, che l’umanità e l’humanitas la ringrazino, si è resa conto del valore del testo non appena l’ha scorto sul fondo del cestino. Neolaureata in Letterature Comparate presso la Sapienza di Roma, lo stesso ateneo dove Ungaretti aveva insegnato per tanti anni, la donna ha interrotto immediatamente il lavoro (purtroppo ne è seguito, pochi giorni dopo, il suo licenziamento) per recarsi d’urgenza al Dipartimento di Studi Ungarettiani della medesima università e consegnare il foglio, unitamente al cestino in cui era stato ritrovato, al relatore della sua tesi di laurea in poetica ungarettiana, Prof. Edemio Collinale.

In vista del suo intervento, che avrebbe avuto luogo da lì a pochi giorni, a UmbriaLibri, il Prof. Collinale ha deciso di utilizzare la ribalta del festival per dare notizia dello straordinario rinvenimento.

Il componimento, splendido, è stato da lui datato al 1959; non sono chiare, per il momento, le ragioni per cui il poeta avesse deciso di non pubblicarlo. Ve ne forniamo, di seguito, il testo integrale.

Inferno: alla vita

infinitamente, intensamente infenso

infimo e infame

vuoto.

Infenso alla vita,

d’inferno amico,

superare, è importante

quest’inverno, le dico.

Infatti, fa

freddo

troppo

freddo

infinito

freddo

fra noi. Che fame.

 

Il titolo, attribuito dal Prof. Collinale, di “Inferno” è stato contestato dal Prof. Celestiano Freddelli, suo collega del Dipartimento di Studi Ungarettiani. Freddelli ha proposto di rinominare il componimento “Infenso”. Sarà l’editore a decidere. Nel frattempo, si è scatenata la corsa all’interpretazione più aderente. La maggior parte dei critici, espressisi sui giornali di ieri (quale stupefacente rapidità!), è arrivata a una conclusione sorprendente: Ungaretti aveva un’amante (“le dico”: chi mai sarebbe, altrimenti, questa lei  dal poeta menzionata?) ed era deluso dalla consorte, poiché ella spesso dimenticava di cucinare (“che fame”) e di accendere il riscaldamento (“infinito freddo fra noi”: è doveroso segnalare, però, che quest’ultima frase potrebbe avere anche un valore metaforico ed essere in realtà riferita al rapporto tra i due consorti). L’inferno non sarebbe altro che la loro tormentata vita di coppia; l’inverno e il vuoto potrebbero essere quindi ulteriori rappresentazioni figurate della stessa. Il ricorso al termine “infenso”, decisamente in disuso, si spiegherebbe pertanto con il desiderio dell’artista di alludere – per i lettori più raffinati – allo stato di “disuso” in cui era caduta la loro relazione.

Se non siete d’accordo su questa interpretazione, diciamo così, “autobiografica” della poesia, contattateci e proponetecene una differente: studiungarettiani@infenso.unisapienza.it.

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Martedì 4 luglio 2017. Fantozzi e il congiuntivo. 

Abito a Foligno, nel palazzo più alto della città. Qualche giorno fa, un condomino mi ha lasciato prendere l’ascensore prima di lui, avendo notato come non ci fosse abbastanza spazio per tutti e tre (avevo la bimba con me, seduta nell’ingombrante passeggino).

Normalmente il condomino finge di non vedere gli altri e rifiuta spietatamente di ricambiare il saluto, ma quando gli altri si presentano alla sua vista in forma di mamma/papà con bimbo/bimba, diviene improvvisamente cortese (il saluto, naturalmente, è rivolto esclusivamente alla bimba o al bimbo). Il fatto più interessante, l’altro giorno, non è stato però il suo comportamento, bensì il suo linguaggio.

Non so se in seguito a una lunga pratica del non rispondere o del generale e costante tacere, oppure a causa di un fraintendimento della satira fantozziana, il suo congiuntivo esortativo (imperativo formale) nel lasciarmi passare avanti per prendere l’ascensore è stato uno splendido “vadi, vadi”.

Mi piacerebbe pensare che i film su Fantozzi abbiano generato un effetto collaterale: portare alcuni Italiani a credere che le forme “dichi”, “vadi”, “facci” e simili siano corrette. Se questo fosse verosimile, sarebbe possibile aprire una bella polemica tra intelligenti, appartenente alla stessa serie in cui si inserisce quella su “La vita è bella” (il film di Benigni ha insegnato al pubblico qualcosa di sbagliato sui lager? O intendeva presentare scene e situazioni in un modo che suggerisse il loro non dover essere interpretate alla lettera?); ma temo che il ridicolo congiuntivo del mio condomino abbia altre spiegazioni.

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Giovedì 22 giugno 2017. IL CRAI.

 In italiano, considerando anche il passato e il presente, ne abbiamo cinque: oggi, ieri, l’altro ieri, domani, dopodomani. Due giorni della settimana non sono nominabili in questi termini. Ecco cosa raccontava, invece, Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli:

“Nell’uguaglianza delle ore, non c’è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti. Tutto il domani, fino alla fine dei tempi, tendeva a diventare anche per me quel vago «crai» contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo. Come talvolta il linguaggio inganna, con le sue interne contraddizioni! In questa landa atemporale, il dialetto possiede delle misure del tempo più ricche che quelle di alcuna lingua; di là da quell’immobile, eterno crai, ogni giorno del futuro ha un suo proprio nome. Crai è domani, e sempre; ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e marufIone; ed il settimo giorno è maruflicchio. Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai”.

Se oggi è sabato, pertanto, maruflicchio è il sabato della settimana prossima. Ma non dobbiamo ragionare in termini di settimane: si tratta di vocaboli che, “in questa landa atemporale”, prescindono completamente da tale categoria.

Mentre, come abbiamo detto, noi parlanti italiano standard ne abbiamo cinque, i contadini lucani di Gagliano (Aliano, nella realtà), di queste parole, ne hanno - o avevano (la riflessione citata è ambientata nel 1936) - addirittura sette; e stiamo parlando solo del futuro, perché né il presente né il passato sono stati considerati da Carlo Levi nella scrittura della sua lista.

La retorica fascista del luminoso futuro (e del glorioso passato) non può attecchire tra i contadini di Gagliano; può solo perdersi,  sfumando “nelle eterne nebbie del crai”, dove il futuro è chiamato con troppi nomi e, quindi, non arriva mai.

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Lunedì 19 giugno 2017. "Stare" o "essere"?

Abbiamo trovato, sul sito web www.aenigmatica.it, questa interessante discussione sugli usi regionali di "come stai?" e "com'è?". Certamente, qui in Umbria, "com'è?" si usa molto, mentre nel Lazio è un modo assolutamente sconosciuto di chiedere a qualcuno come vanno le cose. 

Più in generale, per orientarsi tra i diversi usi di "stare" ed "essere", vi consigliamo questa pagina del sito www.italianalingua.it.

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Mercoledì 24 maggio 2017. ELOGIO DELL'INDOMANI.

Ci son parole che non usiamo più - e facciam bene:

meglio dire “la speranza” che declamar “la speme”.

Ma “il giorno dopo” ci fa temer d’esser divenuti nani

a pensare che gli avi (i giganti?) usavan dire “l’indomani”.

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Martedì 21 febbraio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Life in the Iron Mills" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Life in the Iron Mills" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/quarta-puntata-life-in-the-iron-mills-114992748-130753577

Scaletta della puntata (andata in onda il 4 novembre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Dirty Old Town - The Pogues
One More River - Sam Cooke
What Have They Done To The Rain - Malvina Reynolds /Joan Baez
Factory - Bruce Springsteen
Youngstown - Bruce Springsteen
Sixteen Tins - The Platters
Trouble of the World - Mahalia Jackson
One Piece At a Time - Johnny Cash
Coat Of many colors - Dolly Parton
Mama's gonna stay - Alice Gerrard
Money - Jr. Walker and the all stars
He lies in the American Land - Pete Seeger
Working Class - Pete Anderson
Us Steel - Tom Russel
All used up - Utah Philips
Song of my heads - Barbara Dane
Let theme wear Their Watches fine - Anne Romaine / Kathy Kahn / Pete Seeger
I can see a new Day - Pete Seeger
Ask the watchman how long - Moving star hall singers
He's got the whole world in this hands - Mahalia Jackson
The End - The Doors
Base 1: John Henry (traditional)
Base 2: Railroad Bill (traditional)

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

Scriveteci qui, dalla pagina "contatti" - modulo di contatto, oppure a: artigialingue@gmail.com.

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Lunedì 13 febbraio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"The Catcher in the Rye" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "The Catcher in the Rye" (in italiano, "Il giovane Holden") all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/terza-puntata-the-catcher-in-the-rye-114989060-130749715

Scaletta della puntata (andata in onda il 28 ottobre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Coming through the Rye - Shoshana Shay

That Old Black Magic - Oscar Peterson

Cry me a River - Julie London

Twixt Twelve and Twenty - Pat Boone

My generation - The Who

Yakety Yak - The Coasters

Summertime Blues - Eddie Cochran

Bird Dog - Everly Brothers

Young love - Tab Hunter

Forever Young - Bob Dylan

Diana - Paul Anka

Cry - Johnnie Ray

The Gray Goose - Huddie Ledbetter

Little Boxes - Pete Seeger

Blue Moon of Kentucky - Elvis Presley

Why Do Fools Fall in Love - Frankie Lymon

Love Minus Zero No Limit - Bob Dylan

The Sounds of Silence - Simon and Garfunkel

Oh Marì - Louis Prima

Smoke Gets in Your Eyes - The Platters

Maggie's farm - Bob Dylan

Base 1: Comin' through the Rye - Tommy Dorsey

Base 2: The Continental - Tommy Dorsey

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

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Martedì 31 gennaio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Gone with the wind" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Gone with the wind" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/seconda-puntata-gone-with-the-wind-114981612-130741831

Scaletta della puntata (andata in onda il 14 ottobre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Gone with the Wind - Ella Fitzgerald

Georgia on my mind - Ray Charles

Red Clay Halo - Gillian Welch

The Night they drove Old Dixie Down - The Band

Old Dan Tucker - Altamond

Lorena - John Hartford

Dixie’s Land - Banda della U.S. Army Military Academy

When Johnny Comes marching Home - Banda della U.S. Army Military Academy

Johnny I Hardly Knew Ye - Clancy Brothers

Vacant Chair  - Cathy Mattea

Sweet Home Alabama  - Lynyrd Skynyrd

Marching through Georgia  - Banda della U.S. Army Military Academy

Rangers Command  - Joan Baez

They’ll Never Keep Us Down  - Hazel Dickens

Brother, can you spare a Dime  - Bing Crosby

Hard Times  - Emmylou Harris

Po’ Lazarus - James Carter and the Prisoners

Blue Tail Fly - Pete Seeger

Go Down Moses (traditional)

Give Us a Flag - Richie Havens

No more auction block - Paul Robeson

Kill that Nigger Dead - Musica tradizionale

Love me Tender - Elvis Presley

Base 1 - Aura Lee

Base 2 - Man of Constant Sorrow

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

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Giovedì 26 gennaio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Moby Dick" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Moby Dick" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/album/il-blues-della-balena-bianca-20869047

Scaletta della puntata (andata in onda il 30 settembre del 2001):

Sigla di apertura: The ghost of Tom Joad - Bruce Springsteen

Shiver my timbers - Tom Waits

Whup Jamboree - Musica tradizionale

Blow ye winds - Musica tradizionale

Blow ye winds (traditional) - Almanac Singers

Hosanna! Jesus Reigns - Elder Walter Evans and Congregation                                       

Jonah - Rich Amerson

Poor Pilgrim of Sorrow - Jean Ritchie

Blood and Roses - Ewan McColl

Tacahuano Girls - A.L. Lloyd

Woundrous - Musica tradizionale

A Cross the Sea - Musica tradizionale

The Bonny Ship the Diamond - A.L. Loyd

The Pogues - Greenland whale fisheries

Me and the Devil Blues - Robert Johnson

Night Swimming - R.E.M.

Moby Dick - Led Zeppelin

Last Great American Whale - Lou Reed

What Did the Deep Sea Say - Woody Guthrie

Pieces and Parts - Laurie Anderson

One White Whale - Laurie Anderson

Base 1 - La Mer - Nine-Inch Nails

Base 2 - Shows the way to Wallington - The High Level Ranters

Sigla di chiusura: Imagine - John Lennon

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Lunedì 26 settembre 2016. Troppo tardi per iscriversi ai corsi di lingue straniere. So il francese e anche il cinese!

Totò (il più popolare e amato attore italiano, nato a Napoli nel 1898 e morto a Roma nel 1967) mostra la sua competenza nelle lingue straniere: conversazione in francese ("je teng una zia, ell'è vedov parce que le morrò le marì), lessico cinese ("serajevo, niccosia"), lingua inglese ("non adesso, la sto ancora studiando: tra un anno sì"). Guardalo nel video: https://youtu.be/ROLwSHUYHHg

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Lunedì 12 settembre 2016. Cani amanti del quieto vivere e cani in perpetuo confltto. Esiste il canibalismo?

"Cane non mangia cane", si dice in italiano. "It's a dog-eat-dog world", recita l'inglese. Sembrerebbe che le due lingue (e le due culture) non vadano d'accordo sull'esistenza o meno del "canibalismo"...

In realtà, il proverbio italiano si riferisce agli uomini potenti, già arrivati, mentre la massima in lingua inglese riguarda la gente comune, che sgomita per giungere al potere, per arrivare.

Nessuna contraddizione, quindi - solo uno sguardo sul mondo, con gli occhi dei cani, sì - ma da due punti di vista differenti.

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Martedì 9 agosto 2016. Scandire, scannare, scansionare o scannerizzare? Basta che alla fine lo fai...

Vogliamo chiedere un favore a un collega: può appoggiare un foglio sullo scanner per poi... scandirlo... scannarlo... scannerizzarlo...? Uhm... forse è meglio che facciamo da soli.

"Scandire" è corretto, ma non è pienamente fedele all'azione che descrive, perché esprime digitalità, quando invece il "fare una scansione" (altra forma corretta) rende pienamente l'analogicità suggerita dalla macchina, lo scanner, macchina che in verità (nella sua comunicazione con il computer) agisce in modo discreto, digitale; essa compie però un movimento continuo, analogico - e la risoluzione ormai è così alta che "scandire" (verbo che porta in sé la connotazione, per ogni italiano, della pronuncia discreta, a salti, di sillabe o parole) non è, appunto, fedele alla continuità, all'analogicità di fatto, dell'azione. 

"Scansionare", non riportato dai dizionari Treccani e De Mauro, è un compromesso tra le esigenze di economia linguistica (è più rapido della soluzione ideale, "fare una scansione", e - considerando il contesto in cui si usa - la rapidità è necessaria) e di appropriatezza linguistica (mantiene un legame semplice e diretto con il sostantivo italiano “scansione”, mentre "scannerizzare" sarebbe improprio perché - in realtà - significherebbe qualcosa di simile a "trasformare in uno scanner"; in particolare, la formazione di un verbo realizzata attraverso l’aggiunta  della desinenza italiana “-izzare” alla desinenza inglese “-er” – desinenza inglese a sua volta impiegata per trasformare il verbo inglese “to scan” in un sostantivo – colpisce in modo negativo l’orecchio italiano. Quest’ultima obiezione vale anche per la forma corretta ma non comune “scannerare”, mentre la forma “scannare”, anch’essa presente nei dizionari, può essere evitata perché omonima di un altro vocabolo italiano dal significato completamente diverso). Consigliamo, pertanto, "scansionare" oppure "fare una scansione".

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Martedì 2 agosto 2016. L'ascensore fonetico dell'autocompiacimento. Come dico nel mio libro...

"Mille volte ho sentito dire alla radio o in televisione: "comme je le dis dans mon livre..." ("come dico nel mio libro"). La sillaba li è pronunciata molto lunga e almeno un'ottava più alta della sillaba precedente.

Quando la stessa persona dice: "...comme c'est l'usage dans ma ville" ("come si usa nella mia città"), l'intervallo tra la sillaba ma e ville è solo di una quarta.

"Il mio libro" - l'ascensore fonetico dell'autocompiacimento".

(Tratto da Milan Kundera, Sessantaquattro parole, p. 189 - in "L'arte del romanzo", Adelphi, Milano, 1988)



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Venerdì 1 luglio 2016. Il madrelingua e il glottodidatta. Parlare bene e insegnare meglio.

Volete imparare l’inglese e desiderate a tutti i costi un insegnante madrelingua. Ma siete certi che un insegnante non madrelingua che sappia insegnare (che conosca la metodologia glottodidattica e la pedagogia generale) sia meno valido di un insegnante madrelingua privo di formazione?

(La “glottodidattica” è la didattica delle lingue) Dovete infatti sapere, che la maggior parte degli insegnanti madrelingua che vi potreste ritrovare in classe sono privi di qualsiasi formazione rilevante.  Certo, un madrelingua formato sarà un insegnante generalmente migliore di un non-madrelingua altrettanto formato.  Ma preferireste prendere lezioni di inglese da un ex ingegnere di Londra o da un esperto glottodidatta milanese?

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Mercoledì 7 giugno 2016. Il traduttese e l'italiese. Parlare male e tradurre peggio.

Il traduttese è definito da Franca Cavagnoli (traduttrice e insegnante di traduzione) come "quella varietà dell'italiano che consiste in una pigra aderenza al testo fonte" ("La voce del testo", Feltrinelli, 2012). Ad esempio, è tipica la traduzione dell'inglese damn con l'italiano "dannatamente" (o "maledettamente").

Il vocabolario Treccani, nelle sue pagine web, lo definisce come "il modo di tradurre e la lingua usata dai traduttori che cercano di imitare lo stile dell'opera originale, specialmente se narrativa, a costo di banalizzazioni e semplificazioni; anche, lo stile e il lessico adottati da scrittori che intendono rifarsi a modelli stranieri di successo".

Ma come potremmo tradurre in inglese la parola traduttese? Forse con Translatish (che ricorderebbe lo Spanglish), oppure con Translatese? Translatian? Lo abbiamo chiesto a una comunità virtuale di esperti di traduzione (si tratta del gruppo di discussione Professional Translators and Interpreters (ProZ.com) presente sul social network LinkedIn), apprendendo che nella lingua inglese esistono diverse possibilità (non tutte ufficializzate da un dizionario): translatese, translatorese, translationese. Leggete l'inizio della discussione qui.

Ma non perdete il sonno con queste riflessioni. Perdetelo piuttosto nell'apprendere che sempre più persone, nel pianificare il loro matrimonio, ricorrono ai servigi di un wedding planner. L'ho imparato oggi, mentre giorni fa avevo appreso come fosse diventato impellente, presso alcune aggiornatissime imprese e aziende italiane, trainare il personale. Io dunque perderò il sonno di questa notte; ma prima di abbandonarmi agli incubi idiolinguistici (in fondo a questo articolo spiego che cos'è l'idiolinguistica e vi rimando a un articolo dedicato all'italiese), vi raccomando la lettura dei seguenti eccellenti saggi sulla traduzione, i primi due scritti da autori italiani e il terzo da un inglese:

- Umberto Eco, "Dire quasi la stessa cosa" (Bompiani, 2003);

- Franca Cavagnoli, "La voce del testo" (Feltrinelli, 2012);

- Tim Parks, "Tradurre l'inglese" (Bompiani, 1997; ed. originale: Translating Style, Cassel, 1996).

Si tratta di tre esplorazioni veramente affascinanti - anche perché ricche di esempi concreti - del territorio della traduzione.

(L'idiolinguistica è una disciplina di studio di recentissimo sviluppo, avente ad oggetto di analisi le idiozie generate dall'incontro tra idiomi - in particolare tra l'idioma italiano quando in posizione di subordinazione psicologica e l'idioma inglese quando in posizione di abuso maccheronico. Vedi questo articolo dedicato all'italiese). 

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Venerdì 13 maggio 2016. L'orribile lingua tedesca. Un celebre pamphlet umoristico di Mark Twain intitolato "The Awful German Language" e dedicato a tutti gli studenti di tedesco. Leggine qui (v. sotto) il testo integrale (la prefazione è in tedesco, il testo in inglese) e scrivi a: cassonealberto@gmail.com la tua opinione su questa lingua (e sull'apprendimento di questa lingua). Sei d'accordo con il grande Mark Twain?

"Surely there is not another language that is so slipshod and systemless, and so slippery and elusive to the grasp. One is washed about in it, hither and thither, in the most helpless way; and when at last he thinks he has captured a rule which offers firm ground to take a rest on amid the general rage and turmoil of the ten parts of speech, he turns over the page and reads, 'Let the pupil make careful note of the following exceptions'. He runs his eye down and finds that there are more exceptions to the rule than instances of it. So overboard he goes again, to hunt for another Ararat and find another quicksand". (Mark Twain, "The Awful German Language", Appendix D in "A Tramp Abroad", American Publishing Company, 1880). 

The Awful German Language

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Venerdì 6 maggio 2016. L'inglese perso in Irlanda. Da "La lingua colora il mondo" di Guy Deutscher, un passaggio che chiarisce come non esistano lingue più 'difficili da imparare' di altre.

"Sarei lieto di pesarvi la complessità totale di qualunque lingua, ma non ho idea di dove trovare una bilancia, e nessun altro ce l'ha [...] Il fatto è che non uno dei linguisti che professano il dogma dell'uguale complessità ha mai provato a dare una definizione di complessità linguistica totale. [...] 'Non potremmo per esempio decidere che la complessità di una lingua è definibile come la difficoltà che pone agli stranieri che la imparano?' Ma quali stranieri esattamente? Il problema è che la difficoltà di apprendere una lingua straniera dipende in maniera decisiva dalla lingua madre del discente. Se vi capita di essere norvegesi imparare lo svedese è una passeggiata [...] se siete di lingua madre thailandese, il cinese è meno ostico dello svedese o dello spagnolo. In breve, non esiste alcun metodo chiaro per definire un criterio generale di complessità linguistica totale basato sulla difficoltà di apprendimento, poiché - come nel caso della distanza da percorrere per raggiungere una certa destinazione - tutto dipende da dove si parte. (L'inglese della nota storiella lo imparò a sue spese quando un brutto giorno si perse nelle lande remote dell'Irlanda. Dopo aver guidato per ore in cerchio percorrendo viottoli di campagna deserti, alla fine avvistò un uomo anziano che camminava sul ciglio della strada e gli chiese come tornare a Dublino. 'Se dovessi andare a Dublino - fu la risposta - non partirei da qui'). (Guy Deutscher, "La lingua colora il mondo", Bollati Boringhieri, 2016 - ed. orig. Through the Language Glass. How Words Colour your World, 2010). 

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Martedì 26 aprile 2016. Esilarante Estratto. Dalla serie TV di culto Fawlty Towers, grazie a YouTube, possiamo guardare e ascoltare un esilarante estratto, capace di sfruttare la comicità insita nei False Friends e in generale nelle assonanze tra lingue diverse. Il link è qui: https://www.youtube.com/watch?v=H-oH-TELcLE, mentre a seguire puoi leggere il testo dei dialoghi:

- Manuel!
- Sí señor?
- There - is - too - much - butter - on - those - trays.
- Qué?
- There is too much butter “on those trays”.
- No, no, no, Señor!
- What?
- Not, not 'on- those- trays'. No sir - 'uno dos tres.' Uno... dos... tres...
- No, no, no. Hay mucho burro allí!
- Qué?
- Hay... mucho... burro... allí!
- Ah, mantequilla!
- What? Qué?
- Mantequilla. Burro is... is... [ee-oo]
- What?
- Burro, burro... [ee.oo]
- Manuel, Manuel, po-por favor, momento...
- Sí, sí...
- What's the matter, Basil?
- Nothing, dear, I'm just dealing with it.
- He speak good... how do you say...?
- English!
- Mantequilla... solamente... dos...
- Dos?
- Don't look at me. You're the one who's supposed to be able to speak it.
- Two pieces! Two each! Arriba, arriba!!
- Sí, señor. Gracias, señor, adios.
- I don't know why you wanted to hire him, Basil.
- Because he's cheap and keen to learn, dear. And in this day and age such...
- But why did you say you could speak the language?
- I learnt classical Spanish, not the strange dialect he seems to have picked up.
- It'd be quicker to train a monkey.

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Mercoledì 30 marzo 2016. Alcuni studenti di italiano hanno difficoltà a ricordarsi i nomi delle lettere dell'alfabeto italiano: come si legge la lettera "B"? Devo chiamarla "bi", oppure "be", o forse... boh? Se hai anche tu questo problema, la nostra piccola PoeSigla Didattica, letta insieme all'insegnante, ti aiuterà!

La PoeSigla "Crescendo... letteralmente":

 

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Sabato 20 febbraio 2016.  Caro studente di italiano, con un poco di magia e un molto di follia, i numeri "sei" e "sette" non si confonderanno mai più nella tua mente.

UN ESERCIZIO DI GRAMMAGICA ITALIANA PER TE:

PAGINA 2:
PAGINA 3:
PAGINA 4:

 

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Venerdì 22 gennaio 2016.  Non è mai troppo presto per iniziare ad amare la propria lingua.

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Venerdì 8 gennaio 2016.  Un uomo scopre l'esistenza delle lingue straniere.

Mio nonno paterno era un uomo molto magro e molto basso, esattamente della stessa altezza e nato nello stesso giorno del re d'Italia Vittorio Emanuele III. Essendo così basso non avrebbe dovuto fare il servizio militare: ma quell'anno è stato abbassato il limite minimo di altezza necessaria per entrare nell'esercito, perché altrimenti nemmeno il futuro re d'Italia avrebbe potuto entrare nell'esercito. Per questo motivo mio nonno ha dovuto fare il servizio di leva.

Era muratore e tutti i suoi figli hanno dovuto fare i muratori come lui, tranne mio padre perché andava in giro a suonare la chitarra e la fisarmonica nelle feste dei paesi.

Mio nonno era il muratore di molte famiglie ricche, e anche della famiglia dei quell'occupatore di città di cui ho detto.

In casa e sul lavoro era dispotico come un re. Quando i suoi figli hanno dovuto fare il servizio militare, ha voluto diventassero tutti carabinieri benché il periodo di leva fosse più lungo, in quanto così guadagnavano dei soldi e non perdevano del tempo.

Per lui come per i suoi figli muratori i giorni di festa non contavano, lavoravano di domenica come gli altri giorni. Neanche la religione per loro contava, tranne per necessità come battesimi, matrimoni, funerali. Non solo mio nonno non leggeva i giornali, ma non credeva neanche che le notizie riportate sui giornali avessero qualche fondamento, e le considerava come favole che fanno solo perdere tempo.

Uno dei figli muratori molto presto ha litigato con mio nonno dispotico, e se n'è andato per conto suo a lavorare all'estero. è rimasto in Francia per alcuni anni, e diceva che durante quegli anni non s'era mai accorto che là si parlava francese.

Mio nonno e i suoi figli parlavano il dialetto del loro paese, ma appena fuori di casa e subito oltre il Po i dialetti erano già diversi. Quando mio zio se n'è andato di casa e s'è fermato a lavorare a Genova, ha trovato un dialetto molto diverso dal suo. E così trovava dialetti molto diversi ad ogni posto in cui si fermava, Mentone, Nizza, Digione. Riusciva però sempre a farsi capire, e allora per lui un dialetto era uguale a un altro.

A Digione viveva in un sobborgo dove c'erano molti italiani. S'è sposato e subito ha imparato le frasi necessarie per parlare in francese con sua moglie e con gli altri; e anche quello era per lui un altro dialetto.

Infatti (raccontava mio zio) dov'era la differenza se lui parlava con un francese o con un contadino della riviera? Capiva poco l'uno e poco l'altro, ma riusciva a intendersi con entrambi.

Poi è nato suo figlio. Due anni dopo è tornato a lavorare in Italia lasciando la moglie a Digione.

E solo quando è rientrato in Francia dopo altri due anni, ascoltando suo figlio e scoprendo che parlava in modo tanto diverso dal suo, cioè una lingua straniera, gli è venuto in mente un mare pieno di nebbia che non si può traversare: al di là c'è uno che ti parla e tu lo senti, ma non ci arriverai mai a farti capire, perché la tua bocca non riesce a dire le cose come stanno, e sarà sempre tutto un fraintendersi, uno sbaglio a ogni parola, nella nebbia, come vivere in alto mare, mentre gli altri però si capiscono bene e sono contenti.

Così mio zio ha scoperto l'esistenza delle lingue straniere, per primo nella nostra famiglia.

Sentire suo figlio che parlava in francese, così piccolo e già lontano mondi e mondi dal dialetto di mio nonno dispotico, è stata la più grande sorpresa della sua vita, come se si svegliasse da un sogno, e s'è messo a piangere.

 (Gianni Celati, MIO ZIO SCOPRE L'ESISTENZA DELLE LINGUE STRANIERE, da Narratori delle Pianure, Milano, Feltinelli, 1985)

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Sabato 26 dicembre 2015.  La lingua italiana come veicolo di espressione del dolore: i dittonghi.

Non possiamo che dare ragione a Lupo Alberto: i dittonghi "discendenti" (quelli in cui la "i" o la "u" si trovano in seconda posizione: ai, oi, ei, ui, au, eu...) rappresenterebbero un chiaro segno del fatto che Mosè lo ha acchiappato e punito per bene!

Per fortuna, esistono anche i dittonghi "ascendenti", con "i" o "u" in prima posizione: "ia", "ie", "io", "iu", "ua", "ue", "ui", "uo". Essi possono esprimere estrema gioia, causata da un trionfo ("ie"!!), oppure estrema volontà di disturbare l'adulto, manifestata da un bambino ancora in fase prelinguistica: "ue"!!!.

A parte gli scherzi e per approfondire la (vera) natura del dittongo, il sito web della Treccani dimostra come sempre di essere il migliore nel campo:
http://www.treccani.it/enciclopedia/dittongo_(La-grammatica-italiana)/

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Venerdì 20 novembre 2015.  La letteratura italiana contemporanea: gioventù o tradizione?

"La divina commedia" e "I promessi sposi". Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Leopardi, Foscolo, Alfieri. Tutti conosciamo questi titoli e autori e, correttamente, li classifichiamo - sia mentalmente che pubblicamente - come esempi ed esponenti della "letteratura italiana".

 Il fatto che l'Italia, ai loro tempi - pur esistendo già come ovvia realtà geografica e come comunità linguistica e culturale d’élite - non fosse una realtà né politica né sociale, non ci frena nella nostra classificazione - ed è giusto che sia così.

 Nonostante ciò, può essere interessante chiedersi se la letteratura italiana contemporanea sia elemento, espressione e coscienza di una società giovane e critica, in trasformazione, alla ricerca di orientamento e carica di passione o se, al contrario, non sia che il proseguimento di una tradizione antica, ben consolidata.

 Per quanto tali questioni non possano evitare di semplificare una realtà sempre complessa e sfaccettata, possiamo provare a porre l'attenzione sulla portata umana e sociale dell'unificazione politica d'Italia e sull’aspetto "letterario" di questo cambiamento epocale.

 Quando leggiamo autori come Beppe Fenoglio, Ignazio Silone, Carlo Levi, Emilio Lussu, Luigi Malerba, Dino Buzzati, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, lo stile o i temi o entrambe le cose insieme non possono che segnalarci una rottura della continuità. L'Unità ci ha cambiato le vite, letteratura inclusa. Senza Unità non avremmo vissuto le due guerre mondiali come le abbiamo vissute, non avremmo avuto nessun Fascismo, nessuna Resistenza, nessuna Costituzione repubblicana, nessun boom economico, nessuna Tangentopoli, nessun Tommaso Buscetta e nessun Giovanni Falcone.

 Quando leggiamo autori italiani contemporanei, avvertiamo una freschezza di temi e di sguardo, una freschezza che – nelle occasioni in cui l’attenzione dello scrittore è concentrata sull'Italia stessa, sulle sue città e paesi e campagne, sulle sue storie grandi e piccole, sui suoi mondi – si ritrova ad abbracciare una realtà tutt'altro che "fresca", fatta di abitudini, concezioni e scelte di vita radicate nei secoli, attraversate dall'oppressione, dall'ignoranza, dagli sforzi e da quelle sofferenze che non si possono dimenticare.

 Quando Lussu ci racconta, con la sua voce giovane, semplice e disincantata, delle idiozie e delle vigliaccherie della Grande Guerra; quando Carlo Levi e Ignazio Silone ci affondano, l’uno con classe infinita e l'altro con franchezza disarmante, nella meschinità e nell'analfabetismo umano degli antichi paesini di campagna e montagna; quando con piglio leggero e moderno Fenoglio ci mostra i travagli interiori e Pratolini le tragicommedie sociali degli Italiani; quando i drammi dell'io e della gente sono oggetto dello sguardo deformante e divertito di Buzzati; allora, la forte impressione che ci rimane è quella di un cuore giovane che lotta con un cuore vecchio, che vorrebbe guardare altrove e agire altrove ma ancora non può, che non sa se lui stesso sia ancora giovane o se giovane lo sia mai stato - e che non sa di essere nuovo, diverso, unico e prezioso.

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VENERDì 25 SETTEMBRE 2015.  L'incantesimo del linguaggio, a difesa di una donna.

“[...] Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi così: la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà. E come ciò ha luogo, lo spiegherò.

 Perché bisogna anche spiegarlo al giudizio degli uditori: la poesia nelle sue varie forme io la ritengo e la chiamo un discorso con metro, e chi l’ascolta è invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una struggente brama di dolore, e l’anima patisce, per effetto delle parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti e di persone straniere. Ma via, torniamo al discorso di prima.

 Dunque, gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia, liberatori di pena. Aggiungendosi infatti, alla disposizione dell’anima, la potenza dell’incanto, questa la blandisce e persuade e trascina col suo fascino. Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell’animo e in inganni della mente.

 E quanti, a quanti, quante cose fecero e fanno credere, foggiando un finto discorso! Che se tutti avessero, circa tutte le cose, delle passate ricordo, delle presenti coscienza, delle future previdenza, non di eguale efficacia sarebbe il medesimo discorso, qual è invece per quelli, che appunto non riescono né a ricordare il passato, né a meditare sul presente, né a divinare il futuro; sicché nel più dei casi, i più offrono consigliera all’anima l’impressione del momento. La quale impressione, per esser fallace ed incerta, in fallaci ed incerte fortune implica chi se ne serve.

 Qual motivo ora impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e così poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza? Così si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto vien diffamata.

 E poiché la persuasione, congiunta con la parola, riesce anche a dare all’anima l’impronta che vuole, bisogna apprendere anzitutto i ragionamenti dei meteorologi, i quali sostituendo ipotesi a ipotesi, distruggendone una, costruendone un’altra, fanno apparire agli occhi della mente l’incredibile e l’inconcepibile; in secondo luogo, i dibattiti oratorii di pubblica necessità [politici e giudiziari], nei quali un solo discorso non ispirato a verità, ma scritto con arte, suol dilettare e persuadere la folla; in terzo luogo, le schermaglie filosofiche, nelle quali si rivela anche con che rapidità l’intelligenza facilita il mutar di convinzioni dell’opinione.

 C’è tra la potenza della parola e la disposizione dell’anima lo stesso rapporto che tra l’ufficio dei farmaci e la natura del corpo. Come infatti certi farmaci eliminano dal corpo certi umori, e altri, altri; e alcuni troncano la malattia, altri la vita; così anche dei discorsi, alcuni producon dolore, altri diletto, altri paura, altri ispiran coraggio agli uditori, altri infine, con qualche persuasione perversa, avvelenano l’anima e la stregano.

 Ecco così spiegato che se ella fu persuasa con la parola, non fu colpevole, ma sventurata [...]”.

(Gorgia da Lentini, 483 - 375 a.c.: Encomio di Elena, estratto)

Traduzione tratta da www.filosofico.net

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VENERDì 18 SETTEMBRE 2015.  Traduzione e interpretazione.

“Translation is not a matter of words only: it is a matter of making intelligible a whole culture”.

(La traduzione non è solo una questione di parole: si tratta di rendere comprensibile un’intera cultura).

(Anthony Burgess, 1917 -1993)

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VENERDì 11 SETTEMBRE 2015.  Riparare un muro. "Buoni confini fan buoni vicini"?

"Something there is that doesn’t love a wall,

That sends the frozen-ground-swell under it,

And spills the upper boulders in the sun;

And makes gaps even two can pass abreast.

The work of hunters is another thing:

I have come after them and made repair

Where they have left not one stone on a stone,

But they would have the rabbit out of hiding,

To please the yelping dogs.  The gaps I mean,

No one has seen them made or heard them made,

But at spring mending-time we find them there.

I let my neighbor know beyond the hill;

And on a day we meet to walk the line

And set the wall between us once again.

We keep the wall between us as we go.

To each the boulders that have fallen to each.

And some are loaves and some so nearly balls

We have to use a spell to make them balance:

‘Stay where you are until our backs are turned!'

We wear our fingers rough with handling them.

Oh, just another kind of outdoor game,

One on a side.  It comes to little more:

There where it is we do not need the wall:

He is all pine and I am apple orchard.

My apple trees will never get across

And eat the cones under his pines, I tell him.

He only says, ‘Good fences make good neighbors.'

Spring is the mischief in me, and I wonder

If I could put a notion in his head:

'Why do they make good neighbors?  Isn’t it

Where there are cows?  But here there are no cows.

Before I built a wall I’d ask to know

What I was walling in or walling out,

And to whom I was like to give offense.

Something there is that doesn’t love a wall,

That wants it down.'  I could say ‘Elves’ to him,

But it’s not elves exactly, and I’d rather

He said it for himself.  I see him there

Bringing a stone grasped firmly by the top

In each hand, like an old-stone savage armed.

He moves in darkness as it seems to me,

Not of woods only and the shade of trees.

He will not go behind his father’s saying,

And he likes having thought of it so well

He says again, ‘Good fences make good neighbors' ".

(Robert Frost, 1874 -1963) da: http://www.poets.org/


Traduzione parziale, rielaborata in piccola parte, partendo da quella di Giovanni Giudici
:

"Qualcosa c'è che non ama un muro,

e sotto vi incunea le zolle rigonfie di gelo,

e al sole fa cadere le pietre più alte,

e apre brecce dove anche in due si passa. [...] voglio dire

le brecce che nessuno ha visto o udito fare

ma che in primavera si trovano da riparare.

Avverto il mio vicino di là dal colle

e un giorno ci vediamo per percorrere

il confine e fra noi e rifare il muro.

[..] la dove è il muro, un muro non ci serve

lui ha tutto a pineta, io un frutteto di meli.

I miei alberi mai sconfineranno

per mangiar le sue pigne, glielo dico.

Ma lui: "Buoni confini fan buoni vicini" [...].

Non andrà oltre il detto di suo padre

lieto d'averlo capito così bene, lo ripete,

"Buoni confini fan buoni vicini".

(From The Poetry of Robert Frost by Robert Frost, edited by Edward Connery Lathem. Copyright 1916, 1923, 1928, 1930, 1934, 1939, 1947, 1949, © 1969 by Holt Rinehart and Winston, Inc. Copyright 1936, 1942, 1944, 1945, 1947, 1948, 1951, 1953, 1954, © 1956, 1958, 1959, 1961, 1962 by Robert Frost. Copyright © 1962, 1967, 1970 by Leslie Frost Ballantine).

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MARTEDì 1 SETTEMBRE 2015. Il poeta irlandese.

 

MAID QUIET

 

“Where has Maid Quiet gone to,

Nodding her russet hood?

The winds that awakened the stars

Are blowing through my blood.

O how could I be so calm

When she rose up to depart?

Now words that called up the lightning

Are hurtling through my heart”.

William Butler Yeats, “The wind among the reeds” (1899)

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VENERDì 28 AGOSTO 2015. La lingua italiana è di gomma, secondo Italo Calvino.

La grande duttilità dell’italiano (questa lingua come di gomma con la quale pare di poter fare tutto quello che si vuole) ci permette di tradurre dalle altre lingue un pochino meglio di quanto non sia possibile in nessun’altra lingua.

Naturalmente è un vantaggio che ha una controparte di svantaggio quasi altrettanto grave: l’italiano è una lingua isolata, intraducibile. Una buona traduzione italiana di un libro straniero (riferendoci al campo dove tutto è più difficile: la letteratura) può conservare un qualche saporino dell’originale; un libro di scrittore italiano tradotto il meglio possibile in qualsiasi altra lingua conserva del suo sapore originale una parte molto minore, o nulla del tutto.

(Italo Calvino, Una pietra sopra, Einaudi, 1980)

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VENERDì 21 AGOSTO 2015. L'artigiano delle parole sa dire molto con poco.

Quando ogni luce è spenta

E non vedo che i miei pensieri,

Un'Eva mi mette sugli occhi

La tela dei paradisi perduti.

(Giuseppe Ungaretti, 1932)

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VENERDì 14 AGOSTO 2015. Leggi sei splendide Short Stories in lingua inglese.

Racconti brevi di Mark Twain, O. Henry, Saki, Edith Wharton.

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VENERDì 7 AGOSTO 2015. Una meravigliosa riflessione sul linguaggio:

"Quanto è sorprendente che un soffio d'aria mosso sia l'unico o almeno il miglior mezzo dei nostri pensieri e delle nostre sensazioni. Senza il suo legame incomprensibile con tutte le azioni della nostra anima, da esso così diverse, queste azioni non avrebbero potuto aver luogo, la raffinata opera di preparazione costituita dal nostro cervello sarebbe rimasta sterile, l'intera disposizione del nostro essere sarebbe incompiuta [...] Un popolo non ha nessuna idea, per cui non a...bbia una parola; l'intuizione più viva rimane oscuro sentimento, fino a quando l'anima non trova un carattere per designarla e l'incorpora mediante la parola nella memoria, nel ricordo, nell'intelletto, anzi nell'intelletto degli uomini, nella tradizione; una ragione pura senza linguaggio sulla terra è una pura utopia. Lo stesso vale per tutte le passioni del cuore, per tutte le inclinazioni socievoli. Soltanto il linguaggio ha reso umano l'uomo, racchiudendo con una diga il flusso smisurato dei suoi affetti e dandogli con le parole un segno razionale per ricordarlo. Non è stata la lira di Anfione a costruire le città, né una bacchetta magica ha trasformato i deserti in giardini, ma l'ha fatto il linguaggio, il grande principio associativo degli uomini. Attraverso il linguaggio gli uomini si sono uniti gioiosamente e hanno stretto il vincolo dell'amore. Il linguaggio ha fondato le leggi e ha legato le stirpi; soltanto attraverso il linguaggio è divenuta possibile una storia dell'umanità in forme ereditarie del cuore e dell'anima. Ancora adesso vedo gli eroi di Omero e sento i lamenti di Ossian, anche se le ombre dei vati e dei loro eroi da lungo tempo sono scomparse dalla terra. Un soffio della bocca li ha resi immortali e riporta davanti a me le loro figure; la voce degli scomparsi risuona nelle mie orecchie: io ascolto i loro pensieri da tanto tempo ammutoliti. Tutto quello che lo spirito dell'uomo ha mai inventato, tutto quello che hanno pensato i saggi della remota antichità arriva a me soltanto attraverso il linguaggio se la Provvidenza me lo ha consentito. Attraverso il linguaggio la mia anima e il mio pensiero sono collegati all'anima e al pensiero del primo e forse anche dell'ultimo uomo pensante: in breve il linguaggio è il carattere distintivo della nostra ragione, mediante il quale soltanto essa assume figura e si propaga". (J. G. Herder, "Idee per la filosofia della storia dell'umanità").

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VENERDì 31 LUGLIO 2015. Lupo Alberto e l'evoluzione della lingua italiana.

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