Una lingua straniera è un ponte da attraversare.
 
 
Artigianato Linguistico "Ponte Perugia"
 
Italiano per stranieri - Lingue straniere
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Artigianato linguistico Ponte Perugia

Lingua italiana e lingue straniere: classi, scrittura, traduzione e altri servizi

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SOGGIORNO "LINGUA E CULTURA"

Un soggiorno di studio a Perugia: alloggio, classi di lingua italiana, attività culturali. Scopri l'offerta con le informazioni disponibili in questa pagina o guarda la presentazione video.

LABORATORI LINGUISTICI (CLASSI E LEZIONI DI LINGUE STRANIERE E DI LINGUA ITALIANA PER STRANIERI):

 

 

Chi siamo


 

"Artigianato linguistico - Ponte Perugia" è un'agenzia che offre classi di lingue (italiano e lingue straniere), traduzioni, revisione di testi, creazione di materiali didattici, corsi di formazione glottodidattica, scrittura di testi pubblicitari e numerosi altri servizi di artigianato linguistico (vedi sopra, alla pagina "Corsi e servizi").

L'agenzia nasce a Perugia, nel marzo del 2015, da un'idea di Alberto Cassone, insegnante, traduttore e scrittore free-lance.

Alberto Cassone


Master e Specializzazione in Didattica delle Lingue Straniere a Venezia e a Perugia, ha pubblicato alcuni articoli nel settore della didattica (http://edizionicf.unive.it/riv/exp/46/22/ELLE/1/263 - in una rivista specializzata; https://danimarcavsitalia.wordpress.com/ - autopubblicazione su web log); ha insegnato lingua inglese e lingua italiana sia all'estero che in Italia; possiede una discreta esperienza anche nei campi della scrittura (Premio Letterario Anselmo Spiga 2014: secondo posto nella sezione "Prosa italiana"), della revisione testi e della traduzione. Esperto nella creazione di materiali didattici originali, parla italiano, inglese, ceco e francese; legge testi in italiano, inglese, ceco, francese, tedesco e danese.

Il suo sito personale, dedicato alla lingua e alla cultura italiana, è: www.italianalingua.it.

Altri suoi progetti didattici e culturali si possono trovare qui: https://ingleseconlamusica.wordpress.com/ e qui: https://albertocassone.wordpress.com/ .

 

Michela Grasselli - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di italiano L2 (laurea conseguita presso l'Università per Stranieri di Perugia), ha insegnato Lettere nella scuola statale secondaria e Italiano per stranieri sia a bambini che ad adulti.

Ama viaggiare e conoscere culture differenti; parla francese e arabo (tunisino). Per interesse personale, ha studiato diverse altre lingue straniere, fra le quali: inglese, spagnolo, giapponese, polacco e ceco.

Michela Grasselli è esperta anche di correzione testi e di traduzioni; grazie al lavoro di mediatrice culturale svolto in Tunisia, ne conosce abbastanza bene la cultura e tiene un blog per condividere tali conoscenze con gli altri: tunisiamo.com

Dana Biro - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di ebraico, Dana si è laureata in Comunicazione e giornalismo presso l'Università di Bar-Ilan in Israele. Insegna l'ebraico utilizzando un metodo particolare e innovativo. Ha inoltre conseguito la certificazione glottididattica DITALS per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri.

Donatella Corvellini - collaboratrice freelance


Insegnante madrelingua di italiano L2 dal 1999, laureata in Didattica dell'italiano presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Perugia, Donatella è in possesso di una solida formazione teorica e di una pluriennale esperienza pratica, maturata sia come libera professionista che come docente presso scuole ed enti formativi operanti in varie città dell'Umbria, tra cui The Language Center a Todi, la Oxford School a Foligno, l'agenzia Umana Forma a Perugia, l'Istituto Crispolti a Todi, la Scuola Operaia Bufalini a Città Di Castello; attualmente (2017) collabora anche con il Cidis Onlus, a Foligno.

Presso The Language Center di Todi ha insegnato la lingua italiana agli studenti della Michigan University; ha frequentato inoltre diversi corsi di aggiornamento per insegnanti di italiano L2 presso l'Università per Stranieri di Perugia.

Per Donatella insegnare agli stranieri non è un lavoro qualsiasi, ma è il lavoro più bello che si possa fare.

 

 

ALTRI COLLABORATORI FREELANCE:

 

Danièle Pomeranz

 

Nata e cresciuta a Parigi, Danièle si è laureata in Scienze umanistiche e sociali (indirizzo: Scienze del linguaggio; percorso specifico: Francese per stranieri) presso l’Università René Descartes, Paris V - Sorbonne.

All’età di 25 anni si è trasferita in Germania, dove è sbocciata la sua passione per l’insegnamento della lingua francese agli stranieri,  grazie ai corsi serali per adulti gestiti dall’Università popolare di Berlino.

Nel 1981 è venuta a vivere a Perugia, dove ha studiato lingua italiana all’Università per Stranieri e ha ripreso l’insegnamento della sua lingua materna presso istituti pubblici e privati, fra i quali citiamo: la Scuola Lingue Estere dell'Esercito, il Centro Linguistico d’Ateneo, la Scuola di Mediazione linguistica, l'Università della Terza Età, la Polyglot.

Svolge anche attività d'interpretariato e di traduzione, dall’italiano al francese.

 

Paola Cavazzana

Insegnante di lingua e cultura cinese, laureata presso l'Università Cà Foscari di Venezia e specializzata presso l'Università di Lingue e Culture di Pechino, Paola insegna da diversi anni la lingua cinese - attraverso l’uso di materiali didattici da lei creati ad hoc - a bambini e adulti, presso istituti pubblici e privati, tra i quali citiamo: la Scuola Lingue Estere dell'Esercito (Perugia); il Consorzio Tutela Vini Montefalco; varie scuole elementari a Perugia.

Paola, inoltre, ha conseguito la certificazione DITALS (Didattica dell’ITAliano come Lingua Straniera) di livello avanzato presso l'Università per Stranieri di Siena e ha maturato diversi anni di esperienza nell'insegnamento dell'italiano per stranieri - lavorando in particolare con discenti di lingua e nazionalità cinese.

Infine, Paola ha maturato alcune significative esperienze professionali nel mondo dell’interpretariato e in quello della traduzione (traduce dal cinese all'italiano, dall'inglese all'italiano e dall'olandese all'italiano).

Ama confrontarsi con persone appartenenti a culture diverse e crede che la multiculturalità sia una ricchezza da coltivare.

 

 

Vienici a trovare a Perugia, in Via Alessi 80. Lo studio si trova in centro, all'angolo tra Via Alessi e Via della Viola, distante solo tre o quattro minuti a piedi dall'ultima fermata del Minimetrò ("Pincetto"). In alternativa, puoi scendere a piedi dal centro (da Piazza Matteotti, prendi Via Alessi e percorrila tutta fino all'ultimo civico in fondo) o puoi salire da Via XIV Settembre - per le scalette di Via Bonaccia o per Via delle Conce, in prossimità dell'ingresso della Galleria Kennedy.

Mercoledì 24 maggio 2017. ELOGIO DELL'INDOMANI.

Ci son parole che non usiamo più - e facciam bene:

meglio dire “la speranza” che declamar “la speme”.

Ma “il giorno dopo” ci fa temer d’esser divenuti nani

a pensare che gli avi (i giganti?) usavan dire “l’indomani”.

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Martedì 16 maggio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Maggio (2): acrocoro.

Oggi il dizionario Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 26, la seguente parola nuova: “acrocoro”.

Acrocoro: (geogr.) insieme assai esteso di rilievi.

“Chi di voi non ha mai provato ad attraversare un acrocoro”? Vedo molte mani alzarsi. Tutte. Nessuno dei presenti, tranne me, ci ha mai provato. “Professore, cos’è un acrocoro?” mi chiede un ragazzo, in piedi. Sono felice che non lo sappia. Se sai cos’è, sei già perduto: non puoi evitare di provare ad attraversarlo, ma allo stesso tempo la tua impresa può solo fallire; e ne esci mutato.

Non passeggiare tra quei campi. Vi incontrerai dei contadini; vi scoprirai degli animi agresti. Riprenderai a percorrerli, finché incontrerai lei, la donna dagli occhi trasparenti, incastonati sul nulla; li guarderai. Non saranno finestre attraverso le quali scoprire la sua anima, non saranno specchi nei quali ritrovare la tua immagine; i suoi occhi verdi sono la sua mente nera. Essi non riflettono, né esprimono.

Vorrei poter dire tutto questo a quel ragazzo, che continua a guardarmi, aspettando con pazienza la mia risposta alla sua domanda. Ma come potrei farlo? Il mutismo di quegli occhi verdi, il mutismo di quell’animo nero mi hanno tramutato in un pupazzo di nozioni: “Un acrocoro è un insieme assai esteso di rilievi. In altre parole, si tratta di un vasto altopiano, generalmente circondato da catene montuose”.

Mancano ancora venticinque minuti al termine della classe, ma è come se fosse già finita. Se avessi incontrato la nera e verde donna quand’ero giovane, sarebbe come se la classe non fosse mai iniziata. Ma l’ho conosciuta sette anni fa, all’età di 45 anni. Ricordo i giorni passati a desiderare quel viso aspro, quelle mani appuntite, quel corpo robusto e denso, capace di ammorbidirsi e di avvolgere. Ottenni, infine, da lei quel che volevo: ma il successivo e ultimo desiderio, nato da quel possesso totalizzante e ipnotico, non potrò realizzarlo mai. Non puoi attraversare un cuore agro.

“Si sente bene, professore”?

Non mi sento bene, perché ho provato ad attraversarlo, e non avrei dovuto. Ora sono diverso, mentre voi siete uguali, sarete sempre uguali, uguali a voi stessi e uguali tra di voi. “Certo, ragazzi; tutto bene. Durante la prossima lezione vi racconterò di quei pochi coraggiosi che hanno tentato l’attraversamento dell’acrocoro. Solo uno di loro è tornato; ed è qui, davanti a voi, per insegnarvi a non temere il mistero, a non creder mai a chi vi dice: ‘impossibile!’, a non dubitare mai di voi stessi, a provare tutte le esperienze possibili. Il nostro corso di Geografia è diverso da quello degli altri professori!”

Sento gli applausi, ma non mi scaldano il cuore.      

 

Scriveteci le vostre parole nuove (e i vostri esercizi di scrittura creativa) qui (pagina "contatti": modulo di contatto) oppure a: artigialingue@gmail.com.

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Venerdì 5 maggio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Maggio (1): indonnarsi.

Sabato 18 febbraio il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci aveva regalato, a pagina 801, la parola nuova “indonnarsi”. Ecco a voi la terza parte del racconto, le cui prime due parti vi avevamo presentato a febbraio e ad aprile. 

Indonnarsi: farsi signore, impadronirsi.

I mammi non indonnati – ossia, tutti i mammi tranne Algirdo – erano uomini privi di qualsiasi capacità, intellettuale o pratica, con l’eccezione di poche competenze professionali specifiche. Non potendo, perciò, cercare tra i suoi colleghi, l’Indonnato fece in modo di ottenere delle informazioni utili da alcune donne con cui aveva lavorato e con le quali era rimasto in contatto. Mantenendole all’oscuro del progetto di rivolta, sfruttò la sua intelligenza emotiva per porre loro alcune noncuranti domande mirate all’individuazione di maschi arruolabili. Le inconsapevoli femmine si lasciarono sfuggire parole di ammirazione - o perlomeno di rispetto - per alcuni uomini da esse incontrati, o semplicemente notati, nel corso della loro vita adulta. Per Algirdo fu poi un gioco da ragazzi rintracciare tali individui; né fu una sorpresa scoprire, in ciascuno di loro, un sentimento di inquietudine, insoddisfazione, disagio; e ancora un gioco da ragazzi si rivelò la sua trasformazione di quel disagio in un desiderio di rivincita, di quell’insoddisfazione in una grande voglia di insubordinazione. Parlando separatamente con ognuno, riunendoli poi in gruppo (non erano che dodici, i maschi individuati), Algirdo li mise gradualmente al corrente del proprio progetto, usando le parole e i modi giusti per far sì che l’insubordinazione in loro appena risvegliata prendesse una strada costruttiva, la strada della rivoluzione e non quella della violenza fine a sé stessa.

Inevitabilmente, Algirdo divenne il capo del neonato gruppo di ribelli; non gli piaceva esserlo – stonava con il suo progetto egualitario – ma alla fin fine era stato lui a scovare e a riunire i Dodici; non aveva senso rischiare che, in assenza di una chiara leadership, gli altri uomini finissero per dividersi a causa delle loro naturali differenze di mentalità e di visione, mettendo così a rischio la buona riuscita della rivolta. Un collante era necessario, e la loro nobile causa comune non era, probabilmente, sufficiente: l’Indonnato riteneva che, oltre al fattore ideologico, fosse necessaria la presenza di un collante umano. Ma la sua superiorità mentale gli aveva suggerito di condividere queste riflessioni con i Dodici, ai quali aveva pertanto spiegato le ragioni per cui essi avessero bisogno di un capo; naturalmente, li trovò entusiasticamente d’accordo, e altrettanto naturalmente, li ascoltò lieto mentre lo acclamavano leader indiscusso. Il nome che si diedero era Dodici più Uno; non restava che passare all’azione.  

Fine della terza parte.   

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Sabato 1 aprile 2017. UNA PAROLA AL MESE. Aprile: indonnarsi.

Sabato 18 febbraio il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci aveva regalato, a pagina 801, la parola nuova “indonnarsi”. Ecco a voi la seconda parte del racconto, la cui prima parte vi avevamo presentato a febbraio. 

Indonnarsi: farsi signore, impadronirsi.

Algirdo decise di provare a rivolgersi alle tre donne a capo della dissidenza femminile. Ma i colloqui lo delusero profondamente. Maddallahena, la più giovane, controllava un gruppuscolo ultrareligioso composto di poche decine di ragazze fanatiche e incompetenti, il cui slogan suonava: “ai Maschi la Storia, alle Femmine il Cuore”. L’ideologia del gruppo era il risultato di un’inaccettabile fusione tra islamismo e cristianesimo sociale. La loro ferrea avversione alle banche del seme non rappresentava una base sufficiente, agli occhi dell’Indonnato, per costruire un’alleanza solida: Algirdo voleva la parità tra i sessi, non un ritorno al dominio maschile.

La più anziana ed esperta, Mata Riha, era invece a capo dell’unica loggia massonica femminile di cui mai si fosse sentito parlare negli ambienti della clandestinità politica. Formata esclusivamente da donne di estrazione sociale alto-borghese, tutte posizionate ai vertici delle istituzioni pubbliche e delle aziende private, Madrebenevola era un’associazione dissidente che mirava a una graduale reintegrazione, gestita dall’alto, degli uomini nell’alta società – nella consapevolezza dei limiti mentali maschili congeniti, naturalmente. Alcune di queste massone erano, al tempo stesso, pubblicamente al servizio del comitato centrale repubblicano; né loro doppiogiochismo né il loro progressismo buonista andarono giù all’onesto, intransigente Algirdo, che – proprio come era accaduto con la banda di Maddallahena – non diede seguito al primo colloquio.

La terza donna (a un maschio mammo, l’opportunità di svolgere tali colloqui segreti era generalmente preclusa; ciò che permise ad Algirdo di accedervi fu la sua ancora vaga fama, diffusa a bassa voce, tra poche donne, di Indonnato) che accettò di incontrarlo colpì la sua immaginazione in maniera più decisa, anche se infine non decisiva. Si trattava di Bella Laika, dura femmina di origini proletarie, la quale era stata in grado di raccogliere attorno al suo progetto alcune centinaia di giovani contadine e operaie, più qualche decina di impiegate precarie, tutte unite nel nome di un unico, potente tratto comune: l’amore per il sesso etero. Erano donne piene di desiderio e sensualità; la dura Bella ne era l’irresistibile campionessa. Non poche ebbero difficoltà a reprimere la passione intellettuale suscitata in loro, durante il breve incontro, da quell’uomo non affascinante ma certamente eccezionale. B. L., donna di straordinaria cultura, cedette, scomponendosi in imbarazzanti proposte (un caffè? Un aperitivo?), prontamente respinte dal serio Algirdo, interessato unicamente a conoscere il contenuto del suo progetto dissidente. Progetto che consisteva in una generalizzata riqualificazione della componente sociale maschile, da ottenere mediante un preciso percorso rieducativo. Tale percorso avrebbe generato, nel giro di pochi anni, uomini orgogliosi, virili, passionali e abbastanza stupidi; al suo termine, ai maschi così rieducati sarebbero state assegnate delle funzioni sociali più dignitose, soprattutto tramite la stipula di contratti di consulenza: la loro elevata – seppur alquanto specifica - professionalità sarebbe stata, in tal modo, messa al servizio di qualsiasi donna ne avesse fatto richiesta, in qualsiasi ambito lavorativo e in qualunque momento della giornata.

Seppur condividendone i presupposti pre-ideologici – la riscoperta dell’amore fisico eterosessuale era per lui un obiettivo fondamentale, assolutamente non in contrapposizione con la pratica dell’amore omosessuale – Algirdo non trovò nel programma delle Bellelaike né una visione ampia né un sincero desiderio di parità. Decise di concentrarsi, pertanto, sul compito più duro: il reclutamento di maschi di valore.

Fine della seconda parte.   

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Lunedì 13 marzo 2017. UNA PAROLA AL MESE. Marzo: follone.

Oggi il dizionario Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 649, la seguente parola nuova: “follone”.

Follone: lavatore e smacchiatore o sodatore di panni.

Ognuno ha degli scheletri nell’armadio. Ma questo non autorizza sempre i giornalisti a ficcare il naso nel mobilio altrui. Certamente, di solito è un bene che gli scheletri siano messi in mostra nella stanza o, ancor meglio, in piazza: la gente deve sapere. Ma non sempre. Si danno dei casi – rari, lo ammetto - in cui lo scheletro sta bene dove sta. Non vi siete mai chiesti, come passino il tempo tali strutture ossee recluse in scomodi, cupi, claustrofobici armadi? Non l’avete fatto? Bene; lo speravo. Gli scheletri, ovviamente, non passano il tempo, perché essi sono oltre il tempo; perché essi sono fine. Sarebbe follia credere il contrario. Sarebbe follia credere, che esistano degli scheletri che fanno eccezione. Degli scheletri che persistono. Nel tempo. Degli scheletri che non siano fine, ma solo pausa. Degli scheletri che tale pausa la debbano, in qualche modo, passare.

Non fermiamoci qui. Sarebbe comodo; ma non possiamo fermarci qui. Dobbiamo, invece, immaginare. Immaginare uno scheletro diverso. Uno scheletro innocente, che creda nella follia e che rifiuti il suo destino. Uno scheletro che voglia passare la sua lugubre pausa, nell’assurda speranza di una redenzione e di un felice ritorno nel tempo delle creature animate.

Eccolo: lo vediamo già: è gigantesco. è prigioniero del suo altrettanto gigantesco armadio, ma non è inattivo. Si sente ancora parte della famiglia a cui il mobile appartiene; pertanto, si dà da fare. Era stato, da bambino, molto amato; ora, vuole rendersi utile. Ritenuto - al momento del trapasso - da tutti colpevole, sa di essere innocente. Non vuole finire estratto da giornalisti curiosi e irrispettosi; non vuole finire estratto ed esposto nella sua nudità scarnata, da nessuno. Lui, scheletro enorme e dissennato, è il follone. Follemente aggrappato al tempo, alla vita. Lo vediamo muoversi sicuro, nell’armadiodella sua vecchia stanza da letto, armato di pezzette, stracci, carta scottex e spruzzatore di acqua e detersivo. Osserva attentamente ogni abito lì riposto, finché non ne trova uno non perfettamente pulito. Ogni volta che individua un vestito appena un po’ sporco, sul quale delle minuscole macchie di sangue siano ancora visibili, sorride. Un sorriso folle, da scheletro sopravvissuto, da scheletro cocciuto e felice. Il sorriso dura pochi, interminabili secondi. Lo immaginiamo brillare bianco nel buio dell’armadio. Quando il sorriso si spegne, torna l’oscurità. è fitta, asfissiante. Ma l’oscurità è il regno del follone; l’enorme maniacale struttura ossea sopravvivente sa ben agire nelle tenebre. Spruzza il detersivo sul capo di abbigliamento imperfettamente igienizzato; ne strofina le zone ancora rosse. Terminata l’operazione, forse sorride ancora; speriamo di no. Ma certamente è felice. Non ci sono giornalisti a cercar di forzare l’armadio. Sarebbe sbagliato e sarebbe inutile: lui lo sa bene. Perché i panni sporchi, si lavano in famiglia; e il lavaggio spetta al follone.      

 

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Martedì 21 febbraio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Life in the Iron Mills" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Life in the Iron Mills" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/quarta-puntata-life-in-the-iron-mills-114992748-130753577

Scaletta della puntata (andata in onda il 4 novembre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Dirty Old Town - The Pogues
One More River - Sam Cooke
What Have They Done To The Rain - Malvina Reynolds /Joan Baez
Factory - Bruce Springsteen
Youngstown - Bruce Springsteen
Sixteen Tins - The Platters
Trouble of the World - Mahalia Jackson
One Piece At a Time - Johnny Cash
Coat Of many colors - Dolly Parton
Mama's gonna stay - Alice Gerrard
Money - Jr. Walker and the all stars
He lies in the American Land - Pete Seeger
Working Class - Pete Anderson
Us Steel - Tom Russel
All used up - Utah Philips
Song of my heads - Barbara Dane
Let theme wear Their Watches fine - Anne Romaine / Kathy Kahn / Pete Seeger
I can see a new Day - Pete Seeger
Ask the watchman how long - Moving star hall singers
He's got the whole world in this hands - Mahalia Jackson
The End - The Doors
Base 1: John Henry (traditional)
Base 2: Railroad Bill (traditional)

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

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Sabato 18 febbraio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Febbraio: indonnarsi.

Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 801, la seguente parola nuova: “indonnarsi”.

Indonnarsi: farsi signore, impadronirsi.

Dopo la terza guerra mondiale, i maschi del mondo occidentale avevano definitivamente ceduto il passo. La Grande guerra li aveva corrotti, la seconda guerra mondiale li aveva depressi, la terza gli aveva dato il colpo di grazia. Le donne occupavano, vent’anni dopo il termine del conflitto, tutte le posizioni politiche ed economiche più rilevanti; ma – soprattuttto – esse non si consideravano più pari agli uomini. Si ritenevano superiori, mentre l’amore saffico si diffondeva sia tra le classi colte che nella borghesia ricca e la maggior parte dei maschi, ridotti a svolgere per lo più mansioni umili e subordinate, accettava come giusta e inevitabile tale valutazione da parte delle femmine, considerando la propria inferiorità un fatto oggettivo, dato dalla natura.

Naturalmente, la maggior parte non significava tutti. Non tutti avevano partecipato ai - o erano stati corresponsabili dei – deprecabili eventi dell’ultima guerra; perciò, tra i (pochi) non-partecipanti e non-corresponsabili, c’era ancora qualcuno che non aveva perduto l’autostima.

Lo si era già visto con la rivolta delle banche del seme. Scoppiata, 15 anni dopo il conflitto, in una città di periferia, si era diffusa nei tre anni seguenti in diverse città, fino a contagiare, marginalmente, anche la capitale della repubblica. Ma era fallita – e non avrebbe potuto far altro che fallire: non solo era stata condotta da soli maschi, ma al suo interno si erano infiltrati numerosi sabotatori, uomini deboli che temevano di perdere, a causa degli incendi delle banche del seme, la loro fonte di sussistenza. Al termine di quella serie di ribellioni, la posizione dei maschi nella nuova società repubblicana era ulteriormente peggiorata.

Nonostante il fallimento, però, il seme del cambiamento era stato, per lo meno, gettato nel vento; non attendeva che un terreno fertile, per posarsi e generare. E il terreno fertile uscì infine allo scoperto: era un essere umano, per la precisione un maschio mammo, e portava il nome di Algirdo.

I maschi mammi si trovavano al gradino più basso della scala sociale: il loro lavoro – non retribuito, salvo il vitto e l’alloggio – consisteva nel rispondere alle chiamate di mamme abbandonate dalle proprie partner e nell’aiutarle a crescere i loro figli, per un periodo che terminava quando la madre in questione trovava una nuova compagna di vita per sé e, di conseguenza, una nuova genitrice adottiva per la sua prole.

Algirdo era riuscito, dopo anni di esperienza nel mestiere, anni in cui decine di mamme avevano apprezzato le sue abilità - nel cambio del pannolino, nel bagnetto, nella preparazione del cibo, etc. - a indonnarsi: era un qualcosa di inaudito; non ci era mai riuscito alcun maschio; il verbo stesso era andato in disuso ancor prima di diffondersi; ma lui, lui ce l’aveva fatta. Non solo era stato in grado di impadronirsi delle tecniche femminili più avanzate per l’educazione dei figli - risultato che all’epoca sembrava geneticamente precluso a un cervello maschile - ma aveva acquisito lo spirito femminile, non solo sul piano pedagogico ma in un senso molto più ampio: quella capacità che le donne avevano di esprimersi, di relazionarsi, di mettere energia nelle cose, di credere in quello che facevano e di fare le cose giuste, per le ragioni giuste, con i mezzi giusti.

L’intelligenza emotiva, quella potente arma delle donne, non era più un mistero per lui - e ciò lo rendeva radicalmente differente dal maschio medio dell’epoca, anaffettivo, vacuo, spento (mammi inclusi). Algirdo si era realmente indonnato; non nel corpo, ma nello spirito.

Era rimasto uomo, allo stesso tempo, Algirdo. Con le qualità di un uomo d’anteguerra, forse persino di un maschio di inizio XX secolo. E non era uno da accontentarsi dei propri progressi mentali. Amava la politica. E preparava la sua rivoluzione. Una rivoluzione che – nei suoi progetti - l’avrebbe prima reso signore della repubblica e poi – in breve tempo – padre fondatore di un nuovo Stato, una nuova comunità, fondata sulla parità, sull’eguaglianza tra i sessi e sulla giustizia sociale. E, soprattutto, sull’abolizione delle banche del seme.

Le donne del comitato centrale repubblicano non l’avrebbero certo chiamata rivoluzione; per loro, un progetto del genere non sarebbe stato altro che un tentativo di restaurazione. Ma Algirdo non era interessato alle parole; i fatti erano più importanti. E c’era una grave decisione da prendere, prima di passare all’azione: avrebbe dovuto coinvolgere anche delle femmine dissidenti, nel suo piano? O si sarebbe affidato esclusivamente ai pochi maschi ancora dotati di auto-stima e dignità?

Fine della prima parte.       

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Lunedì 13 febbraio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"The Catcher in the Rye" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "The Catcher in the Rye" (in italiano, "Il giovane Holden") all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/terza-puntata-the-catcher-in-the-rye-114989060-130749715

Scaletta della puntata (andata in onda il 28 ottobre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Coming through the Rye - Shoshana Shay

That Old Black Magic - Oscar Peterson

Cry me a River - Julie London

Twixt Twelve and Twenty - Pat Boone

My generation - The Who

Yakety Yak - The Coasters

Summertime Blues - Eddie Cochran

Bird Dog - Everly Brothers

Young love - Tab Hunter

Forever Young - Bob Dylan

Diana - Paul Anka

Cry - Johnnie Ray

The Gray Goose - Huddie Ledbetter

Little Boxes - Pete Seeger

Blue Moon of Kentucky - Elvis Presley

Why Do Fools Fall in Love - Frankie Lymon

Love Minus Zero No Limit - Bob Dylan

The Sounds of Silence - Simon and Garfunkel

Oh Marì - Louis Prima

Smoke Gets in Your Eyes - The Platters

Maggie's farm - Bob Dylan

Base 1: Comin' through the Rye - Tommy Dorsey

Base 2: The Continental - Tommy Dorsey

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

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Martedì 31 gennaio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Gone with the wind" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Gone with the wind" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/song/seconda-puntata-gone-with-the-wind-114981612-130741831

Scaletta della puntata (andata in onda il 14 ottobre del 2001):

Sigla di apertura: "The ghost of Tom Joad" - Bruce Springsteen

Gone with the Wind - Ella Fitzgerald

Georgia on my mind - Ray Charles

Red Clay Halo - Gillian Welch

The Night they drove Old Dixie Down - The Band

Old Dan Tucker - Altamond

Lorena - John Hartford

Dixie’s Land - Banda della U.S. Army Military Academy

When Johnny Comes marching Home - Banda della U.S. Army Military Academy

Johnny I Hardly Knew Ye - Clancy Brothers

Vacant Chair  - Cathy Mattea

Sweet Home Alabama  - Lynyrd Skynyrd

Marching through Georgia  - Banda della U.S. Army Military Academy

Rangers Command  - Joan Baez

They’ll Never Keep Us Down  - Hazel Dickens

Brother, can you spare a Dime  - Bing Crosby

Hard Times  - Emmylou Harris

Po’ Lazarus - James Carter and the Prisoners

Blue Tail Fly - Pete Seeger

Go Down Moses (traditional)

Give Us a Flag - Richie Havens

No more auction block - Paul Robeson

Kill that Nigger Dead - Musica tradizionale

Love me Tender - Elvis Presley

Base 1 - Aura Lee

Base 2 - Man of Constant Sorrow

Sigla di chiusura: "Imagine" - John Lennon

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Giovedì 26 gennaio 2017. Un viaggio musicale e letterario attraverso gli Stati Uniti d’America. Il blues della balena bianca.

"Moby Dick" e la musica: un racconto di A. Portelli. Dal programma di Radio3 (2001/2002) "Il blues della balena bianca" (in ogni puntata si leggono estratti da un romanzo e si esplorano i temi musicali e letterari a esso legati), possiamo ascoltare la puntata "Moby Dick" all'indirizzo:

https://myspace.com/albertocassone/music/album/il-blues-della-balena-bianca-20869047

Scaletta della puntata (andata in onda il 30 settembre del 2001):

Sigla di apertura: The ghost of Tom Joad - Bruce Springsteen

Shiver my timbers - Tom Waits

Whup Jamboree - Musica tradizionale

Blow ye winds - Musica tradizionale

Blow ye winds (traditional) - Almanac Singers

Hosanna! Jesus Reigns - Elder Walter Evans and Congregation                                       

Jonah - Rich Amerson

Poor Pilgrim of Sorrow - Jean Ritchie

Blood and Roses - Ewan McColl

Tacahuano Girls - A.L. Lloyd

Woundrous - Musica tradizionale

A Cross the Sea - Musica tradizionale

The Bonny Ship the Diamond - A.L. Loyd

The Pogues - Greenland whale fisheries

Me and the Devil Blues - Robert Johnson

Night Swimming - R.E.M.

Moby Dick - Led Zeppelin

Last Great American Whale - Lou Reed

What Did the Deep Sea Say - Woody Guthrie

Pieces and Parts - Laurie Anderson

One White Whale - Laurie Anderson

Base 1 - La Mer - Nine-Inch Nails

Base 2 - Shows the way to Wallington - The High Level Ranters

Sigla di chiusura: Imagine - John Lennon

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Giovedì 19 gennaio 2017. UNA PAROLA AL MESE. Gennaio: inforsare.

Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009  ci ha regalato, a pagina 811, la seguente parola nuova: “inforsare”.

Inforsare: mettere in forse, rendere dubbioso.

Era il pizzaiolo più bravo del paese. Forse dell’intera regione. Ma non ne gioiva, perché aveva un gran problema: la mancanza di fiducia in sé stesso. Ogni pizza sfornata, per quanto decisamente superiore – per sapore, consistenza, aspetto, digeribilità, valore nutritivo – a qualsiasi altra pizza prodotta a Valbrediano e dintorni, non rappresentava per lui che un’occasione mancata. “Forse avrei dovuto mettere più pomodoro. Forse avrei potuto tenerla nel forno per 30 secondi di meno. Forse avrei dovuto aggiungere più acqua nell’impasto. Forse avrei potuto...”, e così via. Qualsiasi pizza da lui sfornata non era che un’opportunità perduta, un passo inciampato sulla strada verso l’agognata perfezione. Una strada la cui fine forse non avrebbe mai visto. “Forse avrei dovuto... forse avrei potuto...”: la sua mente era tormentata dai “forse”. Eppure, le sue pizze erano semplicemente strepitose e gli affari andavano a gonfie vele.

Dopo una ventina d’anni di professione, anni di successo infestati, guastati dai dubbi e dai rimpianti, un cambiamento avvenne in lui. Si era sempre limitato a pensarle, le sue angosce, le sue insoddisfazioni; ma una sera di febbraio, era l’inverno di tre anni fa, i suoi assistenti lo udirono gridare mentre sfornava una Margherita: “FORSE AVREI DOVUTO!! FORSE AVREI POTUTO!!!! FORSE!! FORSE!! FORSE!!!”. Probabilmente, anche alcuni clienti si accorsero dell’inconsueto e violento sfogo. Il paese non era grande, in breve tempo si sparse la voce: il pizzaiolo più bravo di Valbrediano non credeva nella propria bravura. Dubitava di tutto, senza ragione. Era un perfezionista patologico, un infelice compulsivo. Al lavoro, da quella fatale sera di febbraio, non riuscì mai più a tenersi nulla dentro. La povera moglie, per di più, veniva svegliata nel sonno dalle sue brusche imprecazioni notturne: “FORSE! FORSE! FORSE!!”

Il sindaco del paese, un uomo colto e riservato, amante della pizza e del buon cibo in generale, ne fu - come tutti i suoi compaesani - stupito e dispiaciuto. Ma non era uomo da far tragedie o scandali, da pensar male o da godere nella maldicenza; al contrario, amava sdrammatizzare. Grazie al suo talento umoristico e al suo amore per i neologismi, coniò quindi il termine “inforsare”, che subito si diffuse tra i Valbredianesi, guadagnandosi nel giro di pochi mesi un posto sicuro all’interno del lessico locale condiviso. “Avrà inforsato le nostre Napoletane, il pizzaiolo?” “Speriamo di sì: ho una fame...” “Basta che non ci affligga anche stasera con le sue ossessioni e i suoi tormenti... è per starne alla larga che ho prenotato questo tavolino in fondo al locale, cara. Non lo voglio proprio sentire”. “A chi lo dici... che inforsi pure, quel geniaccio strampalato, ma a distanza di sicurezza”.  

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Giovedì 10 novembre 2016. SOGGIORNO "LINGUA E CULTURA". Un soggiorno di studio a Perugia: alloggio, classi di lingua italiana, attività culturali. Scopri l'offerta con le informazioni disponibili in questa pagina.

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Giovedì 1 dicembre 2016. UNA PAROLA AL MESE. Dicembre: gugliata.

Oggi il nostro Treccani edizione per la Libreria 2009 ci ha regalato, a pagina 746, la seguente parola nuova: “gugliata”.

 Gugliata: la quantità di filo che s’infila ogni volta nell’ago per cucire.

Risultava sempre vincente. Avesse torto o avesse ragione; si sentisse lucido o si sentisse stanco; in qualunque dibattito, conferenza, confronto, discussione fosse presente era lui, inevitabilmente, a prevalere. O forse sarebbe più preciso dire che erano le sue ragioni, inevitabilmente, a prevalere. E più preciso e convincente, ancora, sarebbe dire che erano le sue parole, inevitabilmente, a prevalere.

Ma neanche così sarebbe abbastanza esatto. Da Leucippo a Rutherford, più di 2000 anni passati a suddividere la materia in parti sempre più piccole - ma non è con la piccolezza che la questione dell’atomo era stata risolta. La risposta al problema dei problemi era stata trovata da gente che faceva tutt’altro; gente che, purtroppo, non sapeva di averla trovata e quindi – di conseguenza – a nessuno l’aveva comunicata.

Nell’arte della retorica, è sempre passata per verità universalmente riconosciuta l’importanza di un utilizzo sapiente dei tempi del discorso. Nella scienza della materia, all’opposto, era – ma solo fino a poco tempo fa – una questione quasi esclusivamente di spazi.

Ai tempi del nostro eroe, la teoria della retorica non stava vivendo uno sviluppo costante, anche lontanamente paragonabile a quello attraversato dalla fisica; era accaduto pertanto che il primo a capire, improvvisamente, l’importanza dello spazio del discorso fosse stato proprio lui.

Come la millimetricamente esatta misura della gugliata determina la riuscita o il fallimento dell’opera del sarto, così a definire il calibro sempre vincente delle sue parole era proprio questo elemento spaziale, di qualità solo apparentemente banale. Aveva afferrato l’importanza del fatto che il discorso occupasse uno spazio ampio e allo stesso tempo vuoto. Eccone un esempio:

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Mercoledì 2 novembre 2016. UNA PAROLA AL MESE. Novembre: abbaruffìo.

La parola che abbiamo imparato oggi, dal nostro Treccani - Edizione Speciale per la Libreria 2009, è: abbaruffìo (a pagina 3).

Abbaruffìo: zuffa, confusione, agitazione.

Lo chiamavano Abbaruffìo. Quando era un adolescente, il suo psichiatra - una persona colta e ironica - l'aveva liquidato dopo tre sedute, per primo nominandolo così, al contempo annunciandogli un futuro difficile.

Il suo fallito esame per prendere la patente era divenuto il racconto fantastico del suo quartiere. Quartiere che, vent'anni dopo, non aveva ancora lasciato. Lo chiamavano ancora tutti in quel modo: Abbaruffìo.  E lui era ancora lontano dal riuscire a ripagare, con i miseri proventi del suo "lavoro" di musicista di strada, tutti i danni che aveva causato alle automobili e ai motorini degli abitanti della zona durante le esercitazioni di guida e in occasione di quel mitico esame.

L'unico pensiero che lo aiutasse, ogni sera, a prender sonno era la certezza che, il giorno in cui avesse terminato di pagare tutti, quel soprannome sarebbe scomparso dalle bocche, dalle memorie, da tutte le storie.

Un infausto dì, purtroppo, incontrò in strada il suo ex-psichiatra. "Carlo!" lo chiamò il professionista dal marciapiede opposto. Anche lui lo riconobbe subito, gli si avvicinò, ci scambiò quattro parole cordiali e superficiali. Lo psichiatra non gli chiese nulla della sua vita attuale, né lui vi accennò di sua propria volontà. Ma ....

Ma, ripreso il suo cammino, Carlo si ricordò del pessimismo del medico nei suoi confronti; e non poté fare a meno di riflettere - per la prima volta - su qualcosa che aveva sempre silenziosamente saputo: era costui il responsabile dell'odiato soprannome. Il sangue gli salì al cervello in breve tempo; si voltò indietro e individuò, nell'ampio viale, la già distante figura del professionista, circondata da cani, gatti, piccioni. Stava dando da mangiare a quegli animali.

Carlo estrasse dalla tasca destra la sua armonica, la portò alle labbra e, in luogo delle delicate armonie grazie alle quali era in grado, ogni tanto, di sciogliere il cuore a qualche passante, decise di produrre un suono che fosse, finalmente, diretta espressione del suo sentire. La disarmonia più estrema che si fosse mai sentita nel quartiere scivolò, lentamente, fuori dalla sua armonica e, guadagnando intensità, si avvicinò a quello strano gruppetto. Colpì le orecchie del medico con violenza, poi riversò tutto il suo squilibrio acustico sulle sensibili teste degli ignari animali. I piccioni, sconvolti, attaccarono lo psichiatra, facendogli perdere l'equilibrio; i gatti, vedutolo a terra, gli lacerarono gli abiti; i cani, lanciandosi in un abbaruffìo vorticoso e letale, lo aggredirono e, in pochi minuti, lo finirono.

Nessuno riconobbe in Carlo il responsabile di quella grottesca fine; ma il suo soprannome gli rimase sempre addosso, come anche quell'eterna inquietudine.

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Sabato 8 ottobre 2016. UNA PAROLA AL MESE. Ottobre: zonazione.

La parola che abbiamo imparato oggi, dal nostro Treccani - Edizione Speciale per la Libreria 2009, è: zonazione (a pagina 2039).

Zonazione: "il modo in cui si succedono più zone".

Per passare dal bagno alla stanza da letto, occorreva attraversare lo sgabuzzino.

Sì, mi ero innamorato di lei dopo pochi appuntamenti. Tutto in lei era perfetto, anche le sue imperfezioni. Ma non avrebbe dovuto portarmi a casa sua così in fretta: avrebbe dovuto cercare di sposarmi, prima. Forse non aveva riflettuto su quante aspettative, su quante esigenze di natura estetica, si fossero naturalmente sviluppate in me nel corso degli anni a causa della mia professione di architetto; o, magari, aveva veramente creduto che i miei discorsi sul coraggio e sull'originalità fossero sinceri al punto tale da superare quelle esigenze stesse.

La zonazione del suo appartamento era assolutamente inaccettabile. Non c'era solo quel problema dello sgabuzzino: per recarsi nello studio, ad esempio, venendo dal soggiorno, non c'era altra strada che il bagno. E per uscire sul balcone? Se eri in cucina, dovevi percorrere la stanza da letto. No, queste sue imperfezioni non erano affatto perfette; e ne fui messo in crisi.

Era, e restava, veramente, una donna amabile; ma, per il breve periodo compreso tra quella visita e la nostra separazione, ci vedemmo meno spesso, ci sorridemmo meno spesso, ci baciammo meno spesso, ci aprimmo e confessammo meno spesso. E quella mia confessione non venne mai: che l'assurda zonazione del suo appartamento fosse il motivo prima del mio raffreddamento e poi della mia decisione finale, lei non lo seppe mai. Per riuscire a dirglielo, sarei dovuto passare dal cuore alla bocca: ma, per farlo, sarebbe stato necessario attraversare il cervello.

 

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Lunedì 26 settembre 2016. Troppo tardi per iscriversi ai corsi di lingue straniere. So il francese e anche il cinese!

Totò (il più popolare e amato attore italiano, nato a Napoli nel 1898 e morto a Roma nel 1967) mostra la sua competenza nelle lingue straniere: conversazione in francese ("je teng una zia, ell'è vedov parce que le morrò le marì), lessico cinese ("serajevo, niccosia"), lingua inglese ("non adesso, la sto ancora studiando: tra un anno sì"). Guardalo nel video: https://youtu.be/ROLwSHUYHHg

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Martedì 13 settembre 2016. UNA PAROLA AL MESE. Settembre: abbaiamento.

Iniziando da oggi, vogliamo imparare ogni mese una parola nuova, ricorrendo al dizionario e alla "scrittura creativa". Apriamo dunque il vocabolario Treccani (edizione speciale per la libreria 2009): troviamo a pagina 2 il lemma “abbaiamento”, la cui definizione recita: un abbaiare continuo e insistente.

"L’abbaiamento mi travolse sulla via di ritorno al canile. Avevo cambiato idea e deciso di prendere un cane più piccolo, perché già dopo pochi passi mi ero reso conto che quello che avevo appena comprato era decisamente troppo grande per ambientarsi bene a casa nostra. Ma i cani non leggono nel pensiero.

Sono passati trent’anni da quel giorno, e ancora oggi mi chiedo se il loro problema con la mia prima scelta fosse stato, che si trattava del loro capo. Non lo posso sapere, e non lo posso chiedere a nessuno. Sono diventati i nostri padroni, ma non hanno imparato la nostra lingua".

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Lunedì 12 settembre 2016. Cani amanti del quieto vivere e cani in perpetuo confltto. Esiste il canibalismo?

"Cane non mangia cane", si dice in italiano. "It's a dog-eat-dog world", recita l'inglese. Sembrerebbe che le due lingue (e le due culture) non vadano d'accordo sull'esistenza o meno del "canibalismo"...

In realtà, il proverbio italiano si riferisce agli uomini potenti, già arrivati, mentre la massima in lingua inglese riguarda la gente comune, che sgomita per giungere al potere, per arrivare.

Nessuna contraddizione, quindi - solo uno sguardo sul mondo, con gli occhi dei cani, sì - ma da due punti di vista differenti.

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Martedì 9 agosto 2016. Scandire, scannare, scansionare o scannerizzare? Basta che alla fine lo fai...

Vogliamo chiedere un favore a un collega: può appoggiare un foglio sullo scanner per poi... scandirlo... scannarlo... scannerizzarlo...? Uhm... forse è meglio che facciamo da soli.

"Scandire" è corretto, ma non è pienamente fedele all'azione che descrive, perché esprime digitalità, quando invece il "fare una scansione" (altra forma corretta) rende pienamente l'analogicità suggerita dalla macchina, lo scanner, macchina che in verità (nella sua comunicazione con il computer) agisce in modo discreto, digitale; essa compie però un movimento continuo, analogico - e la risoluzione ormai è così alta che "scandire" (verbo che porta in sé la connotazione, per ogni italiano, della pronuncia discreta, a salti, di sillabe o parole) non è, appunto, fedele alla continuità, all'analogicità di fatto, dell'azione. 

"Scansionare", non riportato dai dizionari Treccani e De Mauro, è un compromesso tra le esigenze di economia linguistica (è più rapido della soluzione ideale, "fare una scansione", e - considerando il contesto in cui si usa - la rapidità è necessaria) e di appropriatezza linguistica (mantiene un legame semplice e diretto con il sostantivo italiano “scansione”, mentre "scannerizzare" sarebbe improprio perché - in realtà - significherebbe qualcosa di simile a "trasformare in uno scanner"; in particolare, la formazione di un verbo realizzata attraverso l’aggiunta  della desinenza italiana “-izzare” alla desinenza inglese “-er” – desinenza inglese a sua volta impiegata per trasformare il verbo inglese “to scan” in un sostantivo – colpisce in modo negativo l’orecchio italiano. Quest’ultima obiezione vale anche per la forma corretta ma non comune “scannerare”, mentre la forma “scannare”, anch’essa presente nei dizionari, può essere evitata perché omonima di un altro vocabolo italiano dal significato completamente diverso). Consigliamo, pertanto, "scansionare" oppure "fare una scansione".

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Martedì 2 agosto 2016. L'ascensore fonetico dell'autocompiacimento. Come dico nel mio libro...

"Mille volte ho sentito dire alla radio o in televisione: "comme je le dis dans mon livre..." ("come dico nel mio libro"). La sillaba li è pronunciata molto lunga e almeno un'ottava più alta della sillaba precedente.

Quando la stessa persona dice: "...comme c'est l'usage dans ma ville" ("come si usa nella mia città"), l'intervallo tra la sillaba ma e ville è solo di una quarta.

"Il mio libro" - l'ascensore fonetico dell'autocompiacimento".

(Tratto da Milan Kundera, Sessantaquattro parole, p. 189 - in "L'arte del romanzo", Adelphi, Milano, 1988)



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Venerdì 1 luglio 2016. Il madrelingua e il glottodidatta. Parlare bene e insegnare meglio.

Volete imparare l’inglese e desiderate a tutti i costi un insegnante madrelingua. Ma siete certi che un insegnante non madrelingua che sappia insegnare (che conosca la metodologia glottodidattica e la pedagogia generale) sia meno valido di un insegnante madrelingua privo di formazione?

(La “glottodidattica” è la didattica delle lingue) Dovete infatti sapere, che la maggior parte degli insegnanti madrelingua che vi potreste ritrovare in classe sono privi di qualsiasi formazione rilevante.  Certo, un madrelingua formato sarà un insegnante generalmente migliore di un non-madrelingua altrettanto formato.  Ma preferireste prendere lezioni di inglese da un ex ingegnere di Londra o da un esperto glottodidatta milanese?

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Mercoledì 7 giugno 2016. Il traduttese e l'italiese. Parlare male e tradurre peggio.

Il traduttese è definito da Franca Cavagnoli (traduttrice e insegnante di traduzione) come "quella varietà dell'italiano che consiste in una pigra aderenza al testo fonte" ("La voce del testo", Feltrinelli, 2012). Ad esempio, è tipica la traduzione dell'inglese damn con l'italiano "dannatamente" (o "maledettamente").

Il vocabolario Treccani, nelle sue pagine web, lo definisce come "il modo di tradurre e la lingua usata dai traduttori che cercano di imitare lo stile dell'opera originale, specialmente se narrativa, a costo di banalizzazioni e semplificazioni; anche, lo stile e il lessico adottati da scrittori che intendono rifarsi a modelli stranieri di successo".

Ma come potremmo tradurre in inglese la parola traduttese? Forse con Translatish (che ricorderebbe lo Spanglish), oppure con Translatese? Translatian? Lo abbiamo chiesto a una comunità virtuale di esperti di traduzione (si tratta del gruppo di discussione Professional Translators and Interpreters (ProZ.com) presente sul social network LinkedIn), apprendendo che nella lingua inglese esistono diverse possibilità (non tutte ufficializzate da un dizionario): translatese, translatorese, translationese. Leggete l'inizio della discussione qui.

Ma non perdete il sonno con queste riflessioni. Perdetelo piuttosto nell'apprendere che sempre più persone, nel pianificare il loro matrimonio, ricorrono ai servigi di un wedding planner. L'ho imparato oggi, mentre giorni fa avevo appreso come fosse diventato impellente, presso alcune aggiornatissime imprese e aziende italiane, trainare il personale. Io dunque perderò il sonno di questa notte; ma prima di abbandonarmi agli incubi idiolinguistici (in fondo a questo articolo spiego che cos'è l'idiolinguistica e vi rimando a un articolo dedicato all'italiese), vi raccomando la lettura dei seguenti eccellenti saggi sulla traduzione, i primi due scritti da autori italiani e il terzo da un inglese:

- Umberto Eco, "Dire quasi la stessa cosa" (Bompiani, 2003);

- Franca Cavagnoli, "La voce del testo" (Feltrinelli, 2012);

- Tim Parks, "Tradurre l'inglese" (Bompiani, 1997; ed. originale: Translating Style, Cassel, 1996).

Si tratta di tre esplorazioni veramente affascinanti - anche perché ricche di esempi concreti - del territorio della traduzione.

(L'idiolinguistica è una disciplina di studio di recentissimo sviluppo, avente ad oggetto di analisi le idiozie generate dall'incontro tra idiomi - in particolare tra l'idioma italiano quando in posizione di subordinazione psicologica e l'idioma inglese quando in posizione di abuso maccheronico. Vedi questo articolo dedicato all'italiese). 

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Venerdì 13 maggio 2016. L'orribile lingua tedesca. Un celebre pamphlet umoristico di Mark Twain intitolato "The Awful German Language" e dedicato a tutti gli studenti di tedesco. Leggine qui (v. sotto) il testo integrale (la prefazione è in tedesco, il testo in inglese) e scrivi a: cassonealberto@gmail.com la tua opinione su questa lingua (e sull'apprendimento di questa lingua). Sei d'accordo con il grande Mark Twain?

"Surely there is not another language that is so slipshod and systemless, and so slippery and elusive to the grasp. One is washed about in it, hither and thither, in the most helpless way; and when at last he thinks he has captured a rule which offers firm ground to take a rest on amid the general rage and turmoil of the ten parts of speech, he turns over the page and reads, 'Let the pupil make careful note of the following exceptions'. He runs his eye down and finds that there are more exceptions to the rule than instances of it. So overboard he goes again, to hunt for another Ararat and find another quicksand". (Mark Twain, "The Awful German Language", Appendix D in "A Tramp Abroad", American Publishing Company, 1880). 

The Awful German Language

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Venerdì 6 maggio 2016. L'inglese perso in Irlanda. Da "La lingua colora il mondo" di Guy Deutscher, un passaggio che chiarisce come non esistano lingue più 'difficili da imparare' di altre.

"Sarei lieto di pesarvi la complessità totale di qualunque lingua, ma non ho idea di dove trovare una bilancia, e nessun altro ce l'ha [...] Il fatto è che non uno dei linguisti che professano il dogma dell'uguale complessità ha mai provato a dare una definizione di complessità linguistica totale. [...] 'Non potremmo per esempio decidere che la complessità di una lingua è definibile come la difficoltà che pone agli stranieri che la imparano?' Ma quali stranieri esattamente? Il problema è che la difficoltà di apprendere una lingua straniera dipende in maniera decisiva dalla lingua madre del discente. Se vi capita di essere norvegesi imparare lo svedese è una passeggiata [...] se siete di lingua madre thailandese, il cinese è meno ostico dello svedese o dello spagnolo. In breve, non esiste alcun metodo chiaro per definire un criterio generale di complessità linguistica totale basato sulla difficoltà di apprendimento, poiché - come nel caso della distanza da percorrere per raggiungere una certa destinazione - tutto dipende da dove si parte. (L'inglese della nota storiella lo imparò a sue spese quando un brutto giorno si perse nelle lande remote dell'Irlanda. Dopo aver guidato per ore in cerchio percorrendo viottoli di campagna deserti, alla fine avvistò un uomo anziano che camminava sul ciglio della strada e gli chiese come tornare a Dublino. 'Se dovessi andare a Dublino - fu la risposta - non partirei da qui'). (Guy Deutscher, "La lingua colora il mondo", Bollati Boringhieri, 2016 - ed. orig. Through the Language Glass. How Words Colour your World, 2010). 

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Martedì 26 aprile 2016. Esilarante Estratto. Dalla serie TV di culto Fawlty Towers, grazie a YouTube, possiamo guardare e ascoltare un esilarante estratto, capace di sfruttare la comicità insita nei False Friends e in generale nelle assonanze tra lingue diverse. Il link è qui: https://www.youtube.com/watch?v=H-oH-TELcLE, mentre a seguire puoi leggere il testo dei dialoghi:

- Manuel!
- Sí señor?
- There - is - too - much - butter - on - those - trays.
- Qué?
- There is too much butter “on those trays”.
- No, no, no, Señor!
- What?
- Not, not 'on- those- trays'. No sir - 'uno dos tres.' Uno... dos... tres...
- No, no, no. Hay mucho burro allí!
- Qué?
- Hay... mucho... burro... allí!
- Ah, mantequilla!
- What? Qué?
- Mantequilla. Burro is... is... [ee-oo]
- What?
- Burro, burro... [ee.oo]
- Manuel, Manuel, po-por favor, momento...
- Sí, sí...
- What's the matter, Basil?
- Nothing, dear, I'm just dealing with it.
- He speak good... how do you say...?
- English!
- Mantequilla... solamente... dos...
- Dos?
- Don't look at me. You're the one who's supposed to be able to speak it.
- Two pieces! Two each! Arriba, arriba!!
- Sí, señor. Gracias, señor, adios.
- I don't know why you wanted to hire him, Basil.
- Because he's cheap and keen to learn, dear. And in this day and age such...
- But why did you say you could speak the language?
- I learnt classical Spanish, not the strange dialect he seems to have picked up.
- It'd be quicker to train a monkey.

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Mercoledì 30 marzo 2016. Alcuni studenti di italiano hanno difficoltà a ricordarsi i nomi delle lettere dell'alfabeto italiano: come si legge la lettera "B"? Devo chiamarla "bi", oppure "be", o forse... boh? Se hai anche tu questo problema, la nostra piccola PoeSigla Didattica, letta insieme all'insegnante, ti aiuterà!

La PoeSigla "Crescendo... letteralmente":

 

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Sabato 20 febbraio 2016.  Caro studente di italiano, con un poco di magia e un molto di follia, i numeri "sei" e "sette" non si confonderanno mai più nella tua mente.

UN ESERCIZIO DI GRAMMAGICA ITALIANA PER TE:

PAGINA 2:
PAGINA 3:
PAGINA 4:

 

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Venerdì 22 gennaio 2016.  Non è mai troppo presto per iniziare ad amare la propria lingua.

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Venerdì 8 gennaio 2016.  Un uomo scopre l'esistenza delle lingue straniere.

Mio nonno paterno era un uomo molto magro e molto basso, esattamente della stessa altezza e nato nello stesso giorno del re d'Italia Vittorio Emanuele III. Essendo così basso non avrebbe dovuto fare il servizio militare: ma quell'anno è stato abbassato il limite minimo di altezza necessaria per entrare nell'esercito, perché altrimenti nemmeno il futuro re d'Italia avrebbe potuto entrare nell'esercito. Per questo motivo mio nonno ha dovuto fare il servizio di leva.

Era muratore e tutti i suoi figli hanno dovuto fare i muratori come lui, tranne mio padre perché andava in giro a suonare la chitarra e la fisarmonica nelle feste dei paesi.

Mio nonno era il muratore di molte famiglie ricche, e anche della famiglia dei quell'occupatore di città di cui ho detto.

In casa e sul lavoro era dispotico come un re. Quando i suoi figli hanno dovuto fare il servizio militare, ha voluto diventassero tutti carabinieri benché il periodo di leva fosse più lungo, in quanto così guadagnavano dei soldi e non perdevano del tempo.

Per lui come per i suoi figli muratori i giorni di festa non contavano, lavoravano di domenica come gli altri giorni. Neanche la religione per loro contava, tranne per necessità come battesimi, matrimoni, funerali. Non solo mio nonno non leggeva i giornali, ma non credeva neanche che le notizie riportate sui giornali avessero qualche fondamento, e le considerava come favole che fanno solo perdere tempo.

Uno dei figli muratori molto presto ha litigato con mio nonno dispotico, e se n'è andato per conto suo a lavorare all'estero. è rimasto in Francia per alcuni anni, e diceva che durante quegli anni non s'era mai accorto che là si parlava francese.

Mio nonno e i suoi figli parlavano il dialetto del loro paese, ma appena fuori di casa e subito oltre il Po i dialetti erano già diversi. Quando mio zio se n'è andato di casa e s'è fermato a lavorare a Genova, ha trovato un dialetto molto diverso dal suo. E così trovava dialetti molto diversi ad ogni posto in cui si fermava, Mentone, Nizza, Digione. Riusciva però sempre a farsi capire, e allora per lui un dialetto era uguale a un altro.

A Digione viveva in un sobborgo dove c'erano molti italiani. S'è sposato e subito ha imparato le frasi necessarie per parlare in francese con sua moglie e con gli altri; e anche quello era per lui un altro dialetto.

Infatti (raccontava mio zio) dov'era la differenza se lui parlava con un francese o con un contadino della riviera? Capiva poco l'uno e poco l'altro, ma riusciva a intendersi con entrambi.

Poi è nato suo figlio. Due anni dopo è tornato a lavorare in Italia lasciando la moglie a Digione.

E solo quando è rientrato in Francia dopo altri due anni, ascoltando suo figlio e scoprendo che parlava in modo tanto diverso dal suo, cioè una lingua straniera, gli è venuto in mente un mare pieno di nebbia che non si può traversare: al di là c'è uno che ti parla e tu lo senti, ma non ci arriverai mai a farti capire, perché la tua bocca non riesce a dire le cose come stanno, e sarà sempre tutto un fraintendersi, uno sbaglio a ogni parola, nella nebbia, come vivere in alto mare, mentre gli altri però si capiscono bene e sono contenti.

Così mio zio ha scoperto l'esistenza delle lingue straniere, per primo nella nostra famiglia.

Sentire suo figlio che parlava in francese, così piccolo e già lontano mondi e mondi dal dialetto di mio nonno dispotico, è stata la più grande sorpresa della sua vita, come se si svegliasse da un sogno, e s'è messo a piangere.

 (Gianni Celati, MIO ZIO SCOPRE L'ESISTENZA DELLE LINGUE STRANIERE, da Narratori delle Pianure, Milano, Feltinelli, 1985)

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Sabato 26 dicembre 2015.  La lingua italiana come veicolo di espressione del dolore: i dittonghi.

Non possiamo che dare ragione a Lupo Alberto: i dittonghi "discendenti" (quelli in cui la "i" o la "u" si trovano in seconda posizione: ai, oi, ei, ui, au, eu...) rappresenterebbero un chiaro segno del fatto che Mosè lo ha acchiappato e punito per bene!

Per fortuna, esistono anche i dittonghi "ascendenti", con "i" o "u" in prima posizione: "ia", "ie", "io", "iu", "ua", "ue", "ui", "uo". Essi possono esprimere estrema gioia, causata da un trionfo ("ie"!!), oppure estrema volontà di disturbare l'adulto, manifestata da un bambino ancora in fase prelinguistica: "ue"!!!.

A parte gli scherzi e per approfondire la (vera) natura del dittongo, il sito web della Treccani dimostra come sempre di essere il migliore nel campo:
http://www.treccani.it/enciclopedia/dittongo_(La-grammatica-italiana)/

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Venerdì 20 novembre 2015.  La letteratura italiana contemporanea: gioventù o tradizione?

"La divina commedia" e "I promessi sposi". Boccaccio, Petrarca, Ariosto, Leopardi, Foscolo, Alfieri. Tutti conosciamo questi titoli e autori e, correttamente, li classifichiamo - sia mentalmente che pubblicamente - come esempi ed esponenti della "letteratura italiana".

 Il fatto che l'Italia, ai loro tempi - pur esistendo già come ovvia realtà geografica e come comunità linguistica e culturale d’élite - non fosse una realtà né politica né sociale, non ci frena nella nostra classificazione - ed è giusto che sia così.

 Nonostante ciò, può essere interessante chiedersi se la letteratura italiana contemporanea sia elemento, espressione e coscienza di una società giovane e critica, in trasformazione, alla ricerca di orientamento e carica di passione o se, al contrario, non sia che il proseguimento di una tradizione antica, ben consolidata.

 Per quanto tali questioni non possano evitare di semplificare una realtà sempre complessa e sfaccettata, possiamo provare a porre l'attenzione sulla portata umana e sociale dell'unificazione politica d'Italia e sull’aspetto "letterario" di questo cambiamento epocale.

 Quando leggiamo autori come Beppe Fenoglio, Ignazio Silone, Carlo Levi, Emilio Lussu, Luigi Malerba, Dino Buzzati, Cesare Pavese, Vasco Pratolini, lo stile o i temi o entrambe le cose insieme non possono che segnalarci una rottura della continuità. L'Unità ci ha cambiato le vite, letteratura inclusa. Senza Unità non avremmo vissuto le due guerre mondiali come le abbiamo vissute, non avremmo avuto nessun Fascismo, nessuna Resistenza, nessuna Costituzione repubblicana, nessun boom economico, nessuna Tangentopoli, nessun Tommaso Buscetta e nessun Giovanni Falcone.

 Quando leggiamo autori italiani contemporanei, avvertiamo una freschezza di temi e di sguardo, una freschezza che – nelle occasioni in cui l’attenzione dello scrittore è concentrata sull'Italia stessa, sulle sue città e paesi e campagne, sulle sue storie grandi e piccole, sui suoi mondi – si ritrova ad abbracciare una realtà tutt'altro che "fresca", fatta di abitudini, concezioni e scelte di vita radicate nei secoli, attraversate dall'oppressione, dall'ignoranza, dagli sforzi e da quelle sofferenze che non si possono dimenticare.

 Quando Lussu ci racconta, con la sua voce giovane, semplice e disincantata, delle idiozie e delle vigliaccherie della Grande Guerra; quando Carlo Levi e Ignazio Silone ci affondano, l’uno con classe infinita e l'altro con franchezza disarmante, nella meschinità e nell'analfabetismo umano degli antichi paesini di campagna e montagna; quando con piglio leggero e moderno Fenoglio ci mostra i travagli interiori e Pratolini le tragicommedie sociali degli Italiani; quando i drammi dell'io e della gente sono oggetto dello sguardo deformante e divertito di Buzzati; allora, la forte impressione che ci rimane è quella di un cuore giovane che lotta con un cuore vecchio, che vorrebbe guardare altrove e agire altrove ma ancora non può, che non sa se lui stesso sia ancora giovane o se giovane lo sia mai stato - e che non sa di essere nuovo, diverso, unico e prezioso.

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VENERDì 25 SETTEMBRE 2015.  L'incantesimo del linguaggio, a difesa di una donna.

“[...] Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi così: la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà. E come ciò ha luogo, lo spiegherò.

 Perché bisogna anche spiegarlo al giudizio degli uditori: la poesia nelle sue varie forme io la ritengo e la chiamo un discorso con metro, e chi l’ascolta è invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una struggente brama di dolore, e l’anima patisce, per effetto delle parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti e di persone straniere. Ma via, torniamo al discorso di prima.

 Dunque, gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia, liberatori di pena. Aggiungendosi infatti, alla disposizione dell’anima, la potenza dell’incanto, questa la blandisce e persuade e trascina col suo fascino. Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell’animo e in inganni della mente.

 E quanti, a quanti, quante cose fecero e fanno credere, foggiando un finto discorso! Che se tutti avessero, circa tutte le cose, delle passate ricordo, delle presenti coscienza, delle future previdenza, non di eguale efficacia sarebbe il medesimo discorso, qual è invece per quelli, che appunto non riescono né a ricordare il passato, né a meditare sul presente, né a divinare il futuro; sicché nel più dei casi, i più offrono consigliera all’anima l’impressione del momento. La quale impressione, per esser fallace ed incerta, in fallaci ed incerte fortune implica chi se ne serve.

 Qual motivo ora impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e così poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza? Così si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto vien diffamata.

 E poiché la persuasione, congiunta con la parola, riesce anche a dare all’anima l’impronta che vuole, bisogna apprendere anzitutto i ragionamenti dei meteorologi, i quali sostituendo ipotesi a ipotesi, distruggendone una, costruendone un’altra, fanno apparire agli occhi della mente l’incredibile e l’inconcepibile; in secondo luogo, i dibattiti oratorii di pubblica necessità [politici e giudiziari], nei quali un solo discorso non ispirato a verità, ma scritto con arte, suol dilettare e persuadere la folla; in terzo luogo, le schermaglie filosofiche, nelle quali si rivela anche con che rapidità l’intelligenza facilita il mutar di convinzioni dell’opinione.

 C’è tra la potenza della parola e la disposizione dell’anima lo stesso rapporto che tra l’ufficio dei farmaci e la natura del corpo. Come infatti certi farmaci eliminano dal corpo certi umori, e altri, altri; e alcuni troncano la malattia, altri la vita; così anche dei discorsi, alcuni producon dolore, altri diletto, altri paura, altri ispiran coraggio agli uditori, altri infine, con qualche persuasione perversa, avvelenano l’anima e la stregano.

 Ecco così spiegato che se ella fu persuasa con la parola, non fu colpevole, ma sventurata [...]”.

(Gorgia da Lentini, 483 - 375 a.c.: Encomio di Elena, estratto)

Traduzione tratta da www.filosofico.net

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VENERDì 18 SETTEMBRE 2015.  Traduzione e interpretazione.

“Translation is not a matter of words only: it is a matter of making intelligible a whole culture”.

(La traduzione non è solo una questione di parole: si tratta di rendere comprensibile un’intera cultura).

(Anthony Burgess, 1917 -1993)

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VENERDì 11 SETTEMBRE 2015.  Riparare un muro. "Buoni confini fan buoni vicini"?

"Something there is that doesn’t love a wall,

That sends the frozen-ground-swell under it,

And spills the upper boulders in the sun;

And makes gaps even two can pass abreast.

The work of hunters is another thing:

I have come after them and made repair

Where they have left not one stone on a stone,

But they would have the rabbit out of hiding,

To please the yelping dogs.  The gaps I mean,

No one has seen them made or heard them made,

But at spring mending-time we find them there.

I let my neighbor know beyond the hill;

And on a day we meet to walk the line

And set the wall between us once again.

We keep the wall between us as we go.

To each the boulders that have fallen to each.

And some are loaves and some so nearly balls

We have to use a spell to make them balance:

‘Stay where you are until our backs are turned!'

We wear our fingers rough with handling them.

Oh, just another kind of outdoor game,

One on a side.  It comes to little more:

There where it is we do not need the wall:

He is all pine and I am apple orchard.

My apple trees will never get across

And eat the cones under his pines, I tell him.

He only says, ‘Good fences make good neighbors.'

Spring is the mischief in me, and I wonder

If I could put a notion in his head:

'Why do they make good neighbors?  Isn’t it

Where there are cows?  But here there are no cows.

Before I built a wall I’d ask to know

What I was walling in or walling out,

And to whom I was like to give offense.

Something there is that doesn’t love a wall,

That wants it down.'  I could say ‘Elves’ to him,

But it’s not elves exactly, and I’d rather

He said it for himself.  I see him there

Bringing a stone grasped firmly by the top

In each hand, like an old-stone savage armed.

He moves in darkness as it seems to me,

Not of woods only and the shade of trees.

He will not go behind his father’s saying,

And he likes having thought of it so well

He says again, ‘Good fences make good neighbors' ".

(Robert Frost, 1874 -1963) da: http://www.poets.org/


Traduzione parziale, rielaborata in piccola parte, partendo da quella di Giovanni Giudici
:

"Qualcosa c'è che non ama un muro,

e sotto vi incunea le zolle rigonfie di gelo,

e al sole fa cadere le pietre più alte,

e apre brecce dove anche in due si passa. [...] voglio dire

le brecce che nessuno ha visto o udito fare

ma che in primavera si trovano da riparare.

Avverto il mio vicino di là dal colle

e un giorno ci vediamo per percorrere

il confine e fra noi e rifare il muro.

[..] la dove è il muro, un muro non ci serve

lui ha tutto a pineta, io un frutteto di meli.

I miei alberi mai sconfineranno

per mangiar le sue pigne, glielo dico.

Ma lui: "Buoni confini fan buoni vicini" [...].

Non andrà oltre il detto di suo padre

lieto d'averlo capito così bene, lo ripete,

"Buoni confini fan buoni vicini".

(From The Poetry of Robert Frost by Robert Frost, edited by Edward Connery Lathem. Copyright 1916, 1923, 1928, 1930, 1934, 1939, 1947, 1949, © 1969 by Holt Rinehart and Winston, Inc. Copyright 1936, 1942, 1944, 1945, 1947, 1948, 1951, 1953, 1954, © 1956, 1958, 1959, 1961, 1962 by Robert Frost. Copyright © 1962, 1967, 1970 by Leslie Frost Ballantine).

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MARTEDì 1 SETTEMBRE 2015. Il poeta irlandese.

 

MAID QUIET

 

“Where has Maid Quiet gone to,

Nodding her russet hood?

The winds that awakened the stars

Are blowing through my blood.

O how could I be so calm

When she rose up to depart?

Now words that called up the lightning

Are hurtling through my heart”.

William Butler Yeats, “The wind among the reeds” (1899)

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VENERDì 28 AGOSTO 2015. La lingua italiana è di gomma, secondo Italo Calvino.

La grande duttilità dell’italiano (questa lingua come di gomma con la quale pare di poter fare tutto quello che si vuole) ci permette di tradurre dalle altre lingue un pochino meglio di quanto non sia possibile in nessun’altra lingua.

Naturalmente è un vantaggio che ha una controparte di svantaggio quasi altrettanto grave: l’italiano è una lingua isolata, intraducibile. Una buona traduzione italiana di un libro straniero (riferendoci al campo dove tutto è più difficile: la letteratura) può conservare un qualche saporino dell’originale; un libro di scrittore italiano tradotto il meglio possibile in qualsiasi altra lingua conserva del suo sapore originale una parte molto minore, o nulla del tutto.

(Italo Calvino, Una pietra sopra, Einaudi, 1980)

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VENERDì 21 AGOSTO 2015. L'artigiano delle parole sa dire molto con poco.

Quando ogni luce è spenta

E non vedo che i miei pensieri,

Un'Eva mi mette sugli occhi

La tela dei paradisi perduti.

(Giuseppe Ungaretti, 1932)

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VENERDì 14 AGOSTO 2015. Leggi sei splendide Short Stories in lingua inglese.

Racconti brevi di Mark Twain, O. Henry, Saki, Edith Wharton.

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VENERDì 7 AGOSTO 2015. Una meravigliosa riflessione sul linguaggio:

"Quanto è sorprendente che un soffio d'aria mosso sia l'unico o almeno il miglior mezzo dei nostri pensieri e delle nostre sensazioni. Senza il suo legame incomprensibile con tutte le azioni della nostra anima, da esso così diverse, queste azioni non avrebbero potuto aver luogo, la raffinata opera di preparazione costituita dal nostro cervello sarebbe rimasta sterile, l'intera disposizione del nostro essere sarebbe incompiuta [...] Un popolo non ha nessuna idea, per cui non a...bbia una parola; l'intuizione più viva rimane oscuro sentimento, fino a quando l'anima non trova un carattere per designarla e l'incorpora mediante la parola nella memoria, nel ricordo, nell'intelletto, anzi nell'intelletto degli uomini, nella tradizione; una ragione pura senza linguaggio sulla terra è una pura utopia. Lo stesso vale per tutte le passioni del cuore, per tutte le inclinazioni socievoli. Soltanto il linguaggio ha reso umano l'uomo, racchiudendo con una diga il flusso smisurato dei suoi affetti e dandogli con le parole un segno razionale per ricordarlo. Non è stata la lira di Anfione a costruire le città, né una bacchetta magica ha trasformato i deserti in giardini, ma l'ha fatto il linguaggio, il grande principio associativo degli uomini. Attraverso il linguaggio gli uomini si sono uniti gioiosamente e hanno stretto il vincolo dell'amore. Il linguaggio ha fondato le leggi e ha legato le stirpi; soltanto attraverso il linguaggio è divenuta possibile una storia dell'umanità in forme ereditarie del cuore e dell'anima. Ancora adesso vedo gli eroi di Omero e sento i lamenti di Ossian, anche se le ombre dei vati e dei loro eroi da lungo tempo sono scomparse dalla terra. Un soffio della bocca li ha resi immortali e riporta davanti a me le loro figure; la voce degli scomparsi risuona nelle mie orecchie: io ascolto i loro pensieri da tanto tempo ammutoliti. Tutto quello che lo spirito dell'uomo ha mai inventato, tutto quello che hanno pensato i saggi della remota antichità arriva a me soltanto attraverso il linguaggio se la Provvidenza me lo ha consentito. Attraverso il linguaggio la mia anima e il mio pensiero sono collegati all'anima e al pensiero del primo e forse anche dell'ultimo uomo pensante: in breve il linguaggio è il carattere distintivo della nostra ragione, mediante il quale soltanto essa assume figura e si propaga". (J. G. Herder, "Idee per la filosofia della storia dell'umanità").

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VENERDì 31 LUGLIO 2015. Lupo Alberto e l'evoluzione della lingua italiana.

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